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La mafia è una montagna di merda!

peppinoEra il 9 maggio del 1978 quando a Cinisi su ordine del capomafia Badalamenti veniva ammazzato Peppino Impastato, un giovane militante comunista, ucciso perché troppo fastidioso per gli affari mafiosi sul territorio.
Le denunce fatte da Peppino tramite RadioAut e le sue lotte contro il sistema e al fianco degli operai e dei contadini non erano più tollerabili. Sotto i colpi della mafia in pochi anni cadranno centinaia di persone tra cui decine di compagni.
Ma cosa è questa mafia? E come si combatte?
Per rispondere alla seconda domanda bisogna prima, per l’appunto capire che cosa è la mafia e quali origini ha.
A differenza di quanto pensa qualcuno, la mafia non sono semplici gruppi criminali formatisi negli anni 60-70 e riconosciuti ufficialmente dallo Stato solo nel 1982 con il reato di associazione di tipo mafioso.
La base originaria della mafia, infatti, sono i gabelloti a cui i proprietari terrieri a metà ‘800 concedevano l’amministrazione e il controllo del fondo.
Questi intermediari, tra contadini e grandi proprietari terrieri, al momento opportuno venivano usati anche per stroncare eventuali movimenti sindacali e contadini che rivendicano migliori condizioni di vita e di lavoro.
E’ quello che accadrà tra l’800 e il 900 quando contro il movimento dei fasci siciliani, organizzazione dei lavoratori che arriverà ad organizzare tra le 300 e le 400 mila persone, verrà scagliato non solo l’esercito ma anche le prime bande mafiose impegnate appunto “nel controllo delle terre”. L’impiego di bande mafiose contro i fasci siciliani fa capire come esse fossero un’arma nelle mani dei proprietari terrieri.
Nel ‘900, lo scontro tra contadini e mafia diventa più chiaro in quanto i primi iniziano a rivendicare l’affittanza collettiva. Questo significava che gruppi di contadini prendevano in affitto la terra direttamente dai proprietari terrieri; sicuramente non era una rivendicazione che metteva in discussione la proprietà privata ma è altrettanto vero che minava il ruolo dell’intermediazione del gabelloto, figura che spesso coincideva con il mafioso che così si vedeva minacciato nel proprio ruolo.
Nel 1920, tramite la lottizzazione delle terre incolte che favorisce intermediari e gabellati, ci sarà il salto di qualità del mafioso che inizia a diventare direttamente un capitalista. Il mafioso così diventa un capitalista che per difendere e aumentare i suoi profitti ricorre anche all’organizzazione criminale per sbaragliare le concorrenza.
Dopo la seconda guerra mondiale, gli Alleati si serviranno della mafia come strumento di controllo sociale in un momento in cui l’apparato statale era da ricostruire, e quindi mancava un apparato di repressione che frenasse le lotte sociali e il potenziale rivoluzionario. E infatti, sono gli anni in cui le forze alleati, dopo lo sbarco, nominano in decine di città, mafiosi ed ex fascisti come sindaci e prefetti.
Sono sempre gli anni in cui per fermare “il pericolo rosso”, in Sicilia rappresentato dal Blocco del Popolo (alleanza tra comunisti e socialisti) che nel 1947 vince le elezioni, si userà ogni mezzo. A Portella della Ginestra, la banda di Salvatore Giuliano il primo maggio aprirà il fuoco sui manifestanti uccidendone 12.
Questi sono gli anni in cui si inizia a teorizzare che la mafia si sconfigge con lo sviluppo industriale del Sud, mentre l’emigrazione dei mafiosi avrebbe fatto perdere loro i propri caratteri criminali tramite l’integrazione nelle città di destinazione. Tesi, queste, che nascondono il fatto che la mafia non è un’anomalia, ma un settore della classe dominante con caratteri specifici. Se non si mette in discussione la proprietà dei mezzi di produzione, non c’è modo di sradicarla.
E infatti, non avverrà nessuna delle due cose. L’emigrazione di alcuni mafiosi nel Nord Italia e all’estero permetterà loro di creare basi anche fuori dal Sud Italia; l’industrializzazione del Mezzogiorno, invece, gestita dai padroni solo per ottimizzare i profitti sfruttando la spesa pubblica, provvede a foraggiare la cosche per decenni dirottandone gli interessi sulle grandi città del Meridione.
Siamo intorno agli anni 50-60, da questo momento la Mafia mette le mani sugli appalti e sul traffico di droga. Il controllo degli affari porta alle prime guerre di mafia e alla sua strutturazione.
Tramite i profitti delle attività, legali e non, Cosa Nostra ha grandi disponibilità economiche che gli permettono di fare sempre più affari e tessere reti di potere.
Gli episodi di commistione tra grande capitale “legale” e la mafia diventano così sempre più evidenti.
Per fare solo alcuni esempi di ciò, basta dire che da inchieste è emerso che tramite la Camorra il latte Parmalat veniva imposto nel Sud Italia tramite minacce e intimidazioni; dai pizzini di Provenzano si scopre come la mafia avesse interessi nei supermercati Despar; nel 2013 inchieste dimostrano affari d’oro tra alcuni direttori di banche del Nord Italia e boss.
I cosiddetti colletti bianchi provvedono al riciclaggio del denaro delle cosche, la Guardia di Finanza calcolava nel 2013 che “il denaro sporco” immesso nel sistema economico valeva il 10% del Pil.
Il sistema mafioso fattura ogni anno 130 miliardi di euro e produce 70 miliardi di utile.
Con una forza economica di questo tipo, gli appoggi politici sono sempre più stretti. Già negli anni ’90 il pentito Francesco Marino Mannoia parlava di decine di migliaia di voti sotto influenza mafiosa nella sola provincia di Palermo. Oggi la situazione generale non è migliorata, dal 1991 al 2014 sono stati sciolti ben 188 Comuni per mafia.
Il quadro fin qui descritto cerca di far capire come la mafia non sia formata da contadini armati di lupara, bensì da veri e propri capitalisti ben integrati nel sistema politico, economico e finanziario.
Da questo bisogna partire per interrogarsi sul come combatterla. Sul perché non è sufficiente la repressione statale o le iniziative, se pur mosse dalle migliori intenzioni, dell’antimafia sociale.
La repressione statale non è sufficiente perché gli apparati statali in questo sistema servono proprio per difendere la proprietà privata e il grande capitale di cui la mafia è parte integrante. Esattamente come il potere politico, per citare Marx, è una giunta amministrativa degli affari comuni di tutta la classe borghese.
Per questo motivo la mafia continuerà ad esistere. Esisterà fino a quando potrà succhiare risorse tramite questo sistema economico. Potrà riciclare soldi fino a quando il sistema bancario e i colletti bianchi in nome del profitto glielo lasceranno fare, continuerà ad esistere fino a quando potrà pescare manovalanza nelle periferie dell’altissima disoccupazione creata da un sistema economico in crisi.
In ultima analisi la mafia continuerà ad esistere finché esisterà un sistema basato sul profitto. Le associazioni antimafia da anni lottano per le confische dei patrimoni mafiosi, ma ciò non è sufficiente purtroppo finché le leve dell’economia restano in mano al capitalismo e la mafia è capitalismo. Basta pensare che secondo l’ex direttore dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alla mafia, Giuseppe Caruso, il valore nominale complessivo di tutti i beni confiscati in anni è di circa 30 miliardi, vale a dire appena il 23% di quanto la mafia produce in un solo anno…
Tra l’alto spesso iniziative che potevano essere lodevoli si sono trasformate in vittorie per la stessa mafia. Sono oltre 13 mila gli immobili confiscati alla mafia di cui circa 1700 aziende, il problema che le seconde a causa della burocrazia statale nel 75% dei casi finiscono per fallire dopo la confisca. Quando non ci pensa la burocrazia interviene la mafia stessa tramite il boicottaggio, le minacce e gli attentanti incendiari. La chiusura di queste aziende e il conseguente licenziamento dei lavoratori è una sconfitta per la lotta alla criminalità organizzata!
Per questo bisogna abbattere il sistema economico su cui il parassita mafioso si regge. Per abbatterlo bisogna togliergli l’agibilità economica nazionalizzando e ripubblicando i settori chiave dell’economia (acqua, rifiuti, banche, trasporti, ecc) dove tra l’altro la mafia sguazza liberamente, bisogna mettere sotto il controllo dei lavoratori le attività confiscate e nazionalizzate per evitare che la burocrazia giochi un ruolo nefasto. Bisogna combattere la disoccupazione, bacino di reclutamento della mafia, tramite un piano di sviluppo delle infrastrutture e dei servizi pubblici e un salario garantito minimo.
Peppino lottava proprio per questo. Era la lotta contro il sistema capitalista che lo differenzia da altre vittime di mafia, è questa lotta che lo rendeva un pericolo per la mafia e i suoi alleati (al tempo la Democrazia Cristiana).
Peppino come tanti altri sapeva che la vera lotta non poteva essere svolta dallo Stato, ma dai lavoratori organizzati. Per fare questo si impegnò politicamente nell’organizzare i contadini, gli operai, i disoccupati. Ruppe con la sua famiglia, inserita nella cerchia mafiosa, lottando fino alla morte contro la mafia e i suoi complici senza cercare mai compromessi.
Arriverà a candidarsi al consiglio comunale e nonostante verrà ucciso pochi giorni prima delle elezioni risulterà lo stesso eletto.
Per tutto quello fino a qui scritto, crediamo che il ricordo del compagno Peppino Impastato non può essere né rituale né celebrativo. Bisogna perseguire quella prospettiva rivoluzionaria di cui Peppino aveva fatto la sua ragione di vita.
Non c’è modo migliore di ricordarlo che continuare le sue battaglie: quelle delle lotti sociali, dell’organizzazione degli sfruttati, della fine di tutte le ingiustizie generate da questo sistema economico.
Peppino vive e lotta insieme a noi!

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