You are here: Home // Nazionale // 25 Aprile: No al Fascismo, No al Capitalismo!

25 Aprile: No al Fascismo, No al Capitalismo!

 

imagesAnche quest’anno, come ogni venticinque Aprile, le celebrazioni per l’anniversario della liberazione dell’Italia dal giogo nazifascista saranno ammantate dalla ormai tipica retorica sulla solidarietà nazionale e sulla trasformazione dei partigiani, quando va bene, in una icona inoffensiva. Gli esponenti del Partito Democratico, a vari livelli, esalteranno i valori della Costituzione, proprio loro che in barba a quei valori hanno demolito la scuola Pubblica e smantellato i diritti dei lavoratori grazie al Jobs Act e al precariato lavorativo che è diventato, insieme alla disoccupazione, una vera e propria piaga sociale che attanaglia i lavoratori del nostro Paese. Sempre in Lotta vuole invece, in questo 25 Aprile, denunciare le collusioni tra il sistema capitalista e le organizzazioni neofasciste, oggi come in passato, e proporre un metodo politico di lotta al fascismo che superi e vada oltre la logica dello scontro tra bande propugnata dal sedicente “antifascismo militante”. Ma andiamo con ordine.

Le origini del Fascismo: un movimento al servizio dei padroni

Il fascismo come movimento politico, fin dalla sua nascita nel 1919, è sempre stato organico al sistema capitalista che lo ha prodotto. I Fasci di Combattimento infatti, fondati da Mussolini all’indomani della Prima Guerra Mondiale, riuniscono tra le loro fila ex combattenti che faticano a trovare un reinserimento sociale nel clima di crisi che si respira dopo il 1918 in tutto il Paese. La crisi economica è imminente: l’industria bellica, che va smantellata, mantiene un milione di lavoratori (e rispettive famiglie) che presto finiranno per essere disoccupati; i canali dell’emigrazione, che nel 1913 hanno visto fuggire dall’Italia quasi un milione di persone, sono impraticabili rispetto al periodo pre-guerra. I lavoratori e braccianti italiani, seguendo l’esempio della Rivoluzione Russa del 1917 e delle repubbliche sovietiche di Ungheria e Baviera, tentano l’assalto al cielo occupando le fabbriche tra il 1919 e il 1920, bloccando il lavoro nei campi tramite l’organizzazione delle Leghe Rosse, premendo sul Partito Socialista affinché coordini queste lotte e porti avanti la rivoluzione. Attenzione: in questa fase, il famoso Biennio Rosso, la possibilità di un contagio rivoluzionario è una realtà concreta non solo nel nostro Paese ma in tutta Europa, e la classe dominante italiana e non solo è terrorizzata da questa eventualità. In questo contesto  Mussolini, ex-socialista passato a posizioni interventiste e nazionaliste durante la guerra, si presenta come l’uomo della provvidenza. Fonda il movimento dei Fasci di Combattimento, che è sostanzialmente un gruppo paramilitare con posizioni nazionaliste, con uno scopo preciso: contrastare le Leghe Rosse e l’attivismo sindacale nelle fabbriche occupate. In una parola, contrastare lo sviluppo della rivoluzione in Italia. Certo, nel programma di Sansepolcro del 1919, subito abbandonato dai fascisti già a inizio anni ’20, c’erano anche alcune rivendicazioni di natura sociale, come la giornata lavorativa di otto ore. Tuttavia questo è facilmente spiegabile: Mussolini mescola abilmente il nazionalismo ad alcune rivendicazioni sociali per attrarre a sé gli ampi settori della piccola borghesia che a inizio anni ’20, in una fase rivoluzionaria, sono nella crisi più nera e guardano con parziale favore alle politiche del Partito Socialista. Ma questa caratteristica “socialisteggiante” del Fascismo, presto accantonata da Mussolini, è strumentale a separare la piccola borghesia dalla classe operaia mentre si distruggono i settori più combattivi e organizzati di quest’ultima. Lo dimostrano le decine di assalti squadristi ai sindacalisti operai e agli organizzatori delle Leghe, ai militanti socialisti, fino all’assalto contro la sede dell’Avanti!, giornale di punta del movimento socialista. In queste azioni squadriste l’apparato poliziesco regio è completamente al servizio dei fasci: nei fatti lo Stato usa i fascisti come bande paramilitari per smantellare le organizzazioni della classe operaia. Del resto, ripetiamo, non dobbiamo farci ingannare: il fascismo è fin da subito cane da guardia dei padroni, come dimostrano le frasi di Mussolini al secondo congresso dei Fasci di Combattimento nel 1920: “Non si deve mandare a picco la nave borghese”. E ancora: “Il capitalismo (…) è una gerarchia, (…) è una elaborazione di valori, fatta attraverso i secoli. Valori oggi insostituibili.”

Il Fascismo al potere: utile strumento del capitalismo italiano.

Nel 1922 il Biennio Rosso in Italia può dirsi sconfitto. Il Partito Socialista, incapace di rappresentare le istanze radicali del proletariato in questa fase storica, non ha garantito un coordinamento delle occupazioni di fabbrica a livello nazionale, che potesse strutturarsi in un apparato – sul modello dei Soviet russi – alternativo allo Stato borghese. Dall’altra parte c’è stata una profonda incapacità dei dirigenti socialisti di reagire agli attacchi che la classe dominante sferrava attraverso lo strumento del fascismo. Emblematica la frase di Matteotti nel 1921, che al posto di organizzare l’autodifesa contro i Fasci, esorta i militanti socialisti a “rimanere nelle proprie case” perché “talvolta anche il silenzio e la viltà sono eroici”. Un Partito Socialista che, sempre nel 1921, condanna alla sconfitta il movimento operaio firmando un patto di pacificazione con i fascisti, subendo così la scissione dell’ala sinistra che andrà a formare il Partito Comunista d’Italia.

Ciononostante, le adesioni al Partito Socialista e al nascente Partito Comunista rimangono numerose, soprattutto nelle fabbriche del triangolo industriale. In più l’esperienza degli Arditi del Popolo, milizie operaie che si organizzano per lottare armi in pugno contro il fascismo e che riuniscono socialisti, comunisti, anarchici e semplici studenti e lavoratori, terrorizza la classe dominante che teme, nonostante la momentanea sconfitta dei lavoratori, una ripresa delle mobilitazioni e un nuovo tentativo rivoluzionario. Dunque, in questo senso, alla Borghesia italiana serve sdoganare il fascismo come “Governo forte” che tenga sotto il suo tallone di ferro la classe operaia e soprattutto che annichilisca e distrugga le sue forme di lotta organizzata.

Nel corso degli anni Venti e Trenta, con Mussolini saldamente alla guida del Paese, vengono messi fuori legge i partiti della classe lavoratrice (PSI e PCdI primi tra tutti), la CGL viene sciolta, gli Arditi del Popolo vengono smantellati e migliaia di attivisti politici e sindacali vengono condannati al confino. È il paradiso per la classe dominante: senza una reale organizzazione della classe, i capitalisti possono sfruttare come vogliono i lavoratori. Ad esempio il contratto del settore edilizio, approvato a inizio anni Trenta, prevede che ogni lavoratore sia “alle dipendenze del proprio capo immediato secondo l’ordine gerarchico stabilito”, senza poterne discutere gli ordini. Quando nel 1935 le industrie del comparto bellico vengono sottoposte a regime militare, chi abbandona il posto di lavoro è considerato un disertore e rischia fino a 9 anni di reclusione. In più,  tutti i contratti di lavoro sotto il Fascismo prevedono che i padroni possano licenziare o abbassare i salari in qualunque momento, basta che “si sia prodotto un cambiamento della situazione di fatto esistente al momento della stipulazione” del contratto. Un paradiso nel quale anche ai capitalisti nostrani oggi, compresi quelli che sostengono il PD, piacerebbe sguazzare felici.

Il dopoguerra, la destra nazionale e la Strategia della tensione

Tra il 1943 e il 1945, come sappiamo, il fascismo viene sconfitto grazie in primo luogo alla lotta partigiana, sia sulle montagne che nelle città, con il fenomeno del gappismo organizzato soprattutto dai comunisti e che minò nelle sue stesse fondamenta lo sforzo bellico nazista e repubblichino.

Tuttavia, anche grazie all’amnistia Togliatti che fece uscire dalle carceri buona parte dei repubblichini arrestati nel 1945, già a partire dalla fine degli anni quaranta i fascisti si riorganizzano seguendo, lungo tutto il dopoguerra, due linee principali. L’una, quella della destra istituzionale, vedrà la creazione del MSI che si trasformerà sempre più in una forza borghese e nazionalista, che con Almirante si avvicinerà sempre più alla DC (emblematico il caso del supporto al Governo Tambroni, già nel 1960) e poi con Fini cambierà il suo nome in Alleanza Nazionale negli anni ’90, confluendo poi nel PdL di Berlusconi e andando a formare i settori della destra nazionalista del partito che oggi sopravvivono nella formazione Fratelli d’Italia organizzata da Giorgia Meloni e dal picchiatore fascista Ignazio La Russa. L’altra, prendendo le mosse anche dal concetto di sfondamento a sinistra di Pino Rauti, storico dirigente della “sinistra” dell’MSI, tenterà di presentarsi come forza antisistema, rimanendo però di fatto affine a posizioni di supporto a un modello capitalista a livello economico. In ogni caso, da queste formazioni (come Terza posizione, nata negli anni ’70, i cui ex dirigenti hanno fondato e dirigono Forza Nuova) usciranno anche quei terroristi che piazzeranno tra il ’69 e l’80 le bombe che causeranno decine di morti e daranno la scusa allo Stato di procedere con la politica dell’unità nazionale contro un movimento operaio e studentesco in ascesa. È il Sessantotto, sono gli anni Settanta, e i fascisti che mettono le bombe a Piazza Fontana a Milano, a Piazza della Loggia a Brescia, alla Stazione di Bologna sono gli esecutori materiali di attentati che vengono orchestrati dalla borghesia del nostro Paese che vuole creare terrore tra la classe operaia in lotta e tra i giovani in agitazione. Emblematico uno slogan di quei tempi: “Bombe a Piazza Fontana: mano fascista, regia democristiana”. La Strategia della tensione, messa in campo dal padronato per sconfiggere il movimento operaio, ancora una volta si serve dei fascisti come cani da guardia.

Il neofascismo oggi

Nonostante oggi non ci sia in Italia a nostro parere il pericolo di una dittatura di stampo fascista, per le motivazioni che abbiamo già identificato – oggi il partito di riferimento della classe dominante è il PD, che con Renzi distrugge i diritti di lavoratori e studenti – è evidente però una crescita del numero di organizzazioni che si richiamano più o meno esplicitamente al Ventennio. Basti pensare alle organizzazioni più nazionaliste e tradizionaliste cattoliche come Forza Nuova e Fiamma Tricolore, o alle organizzazioni che mettono in pratica la formula rautiana dello “sfondamento a sinistra” come Casapound Italia, fino ad arrivare alla galassia dei picchiatori neonazisti rappresentata dal movimento Hammerskin nelle sue varie articolazioni, dalla Comunità Militante dei Dodici Raggi di Varese fino a Lealtà e Azione in ambito milanese. Tutte organizzazioni che attraggono un certo numero di giovani le cui famiglie sono schiacciate dalla crisi economica, organizzazioni che – complice l’assenza di una forza anticapitalista nel nostro Paese, dopo il fallimento del PRC – occupano spazi tradizionalmente di sinistra e sdoganano principi quali lo Ius Soli, razzismo a vari livelli, negazionismo dell’olocausto, odio contro gli immigrati e omofobia.  Nei supermercati, solo per fare un altro esempio, si tollera e incoraggia lo sviluppo dei cosiddetti banchi alimentari gestiti dai neofascisti per raccogliere cibo per gli italiani poveri: una formula che, se apparentemente sembra ammantata di solidarietà, nasconde invece lo sdoganamento delle idee xenofobe che questi gruppi portano avanti da anni. Le aggressioni contro militanti di sinistra, immigrati e omosessuali non si contano (l’ultima, il tentato omicidio di un attivista del centro sociale Bruno, a Trento, da parte di un dirigente locale di Casapound). Tutto questo nel silenzio quando non con la connivenza di partiti della destra istituzionale, Lega Nord in testa, e delle istituzioni che concedono ai fascisti spazi in cui riunirsi e tenere assemblee.

Come sconfiggere il fascismo?

Quindi, come abbiamo visto, le organizzazioni neofasciste sono ancora ben presenti, oggi, e ancora radicate all’interno del sistema capitalista che le culla e le protegge. Tuttavia bisogna sottolineare che molte di queste organizzazioni, e in particolare Casapound, che sembrerebbe essere la realtà più vitale e in crescita del neofascismo nostrano, proliferano su terreni di coltura che tradizionalmente sono di sinistra e che la sinistra, Rifondazione in testa, ha abbandonato per rincorrere una qualche poltrona di Governo (peraltro con scarsi risultati). Ad esempio proprio Casapound nasce come associazione che occupa case per coloro i quali (rigorosamente italiani, s’intende) non se le possono permettere. In questo caso viene strumentalizzata una problematica che però esiste e che peraltro in altri Paesi, come ad esempio in Spagna, è ancora appannaggio delle forze anticapitaliste (ricordiamoci che Ada Colau, prima di essere sindaco di Barcellona, è leader del movimento contro gli sfratti in Catalogna, e che il suo attuale partito si colloca a sinistra di Podemos). Allo stesso modo, Forza Nuova basa la sua attività sulla raccolta di cibo da distribuire ai poveri (rigorosamente italiani e cattolici) strumentalizzando quelli che sono gli effetti della crisi economica di cui le organizzazioni della sinistra – laddove ancora esistono – non parlano più, preferendo continuare a inseguire poltroncine di Governo o a scatenare la guerra tra bande contro i fascisti o, peggio ancora, riducendo l’esempio della Resistenza a innocua icona istituzionalizzata e inoffensiva.

Come sempre in Lotta noi ci schieriamo innanzitutto contro l’antifascismo sedicente “militante”: andare a ricercare lo scontro con i fascisti è inutile e deleterio per il movimento, perché i metodi violenti allontanano queste organizzazioni che li praticano dalle masse di lavoratori e giovani. Il fascismo non va sconfitto con la guerra tra bande ma con un antifascismo politico: ricominciare a occuparsi della crisi economica del capitalismo e dei suoi effetti devastanti, spiegando che la via d’uscita da questa crisi non è nelle illusioni nazionaliste e xenofobe dei fascisti di oggi, ma nell’adozione di un programma che preveda l’abbattimento del sistema capitalista, in crisi strutturale, e la sostituzione ad esso di un sistema più equo e più giusto, di una società socialista. La nostra attività antifascista deve mirare a far crescere tra i giovani e i lavoratori una coscienza antifascista come parte di un più generale rifiuto del sistema capitalista, di cui i fascisti sono i cani da guardia. Solo così, quando le masse riusciranno a farla finita con il capitalismo, potremo una volta per tutte farla finita con il fascismo.

Leave a Reply

Copyright © 2009 Sempre in Lotta – Coordinamento studentesco. All rights reserved.
Designed by SempreInLotta. Powered by SempreInLotta.