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No alla repressione nelle scuole!

preside_sceriffo-300x165Francesco Favalli

Il capitolo della “Buona scuola” sui nuovi poteri del preside manager deve essere ancora approvato, ma l’atteggiamento dei dirigenti scolastici ha già conosciuto una notevole svolta.

Non solo i presidi si permettono di prendere provvedimenti senza la consultazione degli organi collegiali, non solo si dimostrano soliti a intimidazioni personali contro gli studenti politicizzati: al Liceo Leonardo di Agrigento il preside ha tentato di umiliare gli studenti che distribuivano un volantino antifascista, convocandoli nel proprio studio e imponendogli la firma di un foglio in cui si dissociavano dallo stesso; al Racchetti di Crema, è ormai pratica consolidata la discriminazione di studenti che si rifiutano di pagare il contributo scolastico e gli esempi potrebbero essere molti altri, senza contare i casi di autoritarismo che passano senza essere segnalati o conosciuti. Ma dal Nord al Sud dell’Italia si sta affermando una nuova pratica del preside-sceriffo: la richiesta di intervento alle forze di polizia.

Era il 23 novembre quando all’Ipsct Sraffa di Crema a seguito della decisione di impedire l’uscita in cortile degli studenti durante l’intervallo è nata una protesta. Dopo la pausa, gli studenti si sono rifiutati di tornare in classe. Pochi minuti dopo il preside aveva già allertato i carabinieri. Giunti sul posto, davanti al proseguimento della protesta, sono stati i carabinieri a comunicare via interfono che se gli studenti non fossero immediatamente rientrati in classe sarebbero scattati provvedimenti e sospensioni.

Una settimana dopo a Messina un altro caso di intervento poliziesco. L’operazione è stata richiesta per mettere fine all’occupazione del liceo classico La Farina, in mobilitazione dal giorno precedente contro la riforma della scuola. I promotori della protesta sono stati anche minacciati di denuncia e successivamente convocati in questura.

Sicuramente l’esempio più eclatante è quello del Liceo artistico Leon Battista Alberti di Firenze dove la preside ha chiesto l’intervento della polizia, che si è presentata sul posto in assetto antisommossa. Nella scuola sono poi entrati i funzionari della Digos, che hanno identificato e denunciato per l’occupazione 50 studenti, che come a Messina avevano deciso di abbandonare la scuola dopo l’operazione.

Questi tre esempi, avvenuti nell’arco di una settimana, danno lo spaccato di una situazione dove nel processo di aziendalizzazione dell’istruzione pubblica, il preside riveste sempre più il ruolo di plenipotenziario all’interno della scuola e dove gli spazi di democrazia vengono ridotti al fine di sbarrare la strada ad ogni possibile lotta. Non solo la polizia viene fatta entrare tranquillamente dentro le scuole, ma i collettivi hanno sempre meno spazi, è impedita in maniera crescente la libertà di riunione negli spazi scolastici, le assemblee di istituto vengono presentate come privilegi, il diritto di adesione a manifestazione è continuamente messo in discussione dal rifiuto di accettare giustificazioni di assenza per motivi politici, utilizzando il voto in condotta come strumento di ricatto.

I presidi, su indicazione di provveditorati e ministero, portano avanti un attacco frontale all’organizzazione e ai diritti degli studenti, dimostrandosi disponibili anche a chiedere l’intervento della polizia.

E’ nostro compito rispondere a questo attacco, organizzare collettivi nelle scuole e dargli strumenti programmatici e organizzativi all’altezza. Come già avvenuto in molte scuole, non ci tireremo indietro.

 

 

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