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No all’autoritarismo dei presidi-manager!

preside_sceriffo-300x165di Davide Longo

In tutta Italia nelle scuole soffia vento di autoritarismo. Ormai si è capito: il Governo Renzi vuole Presidi autoritari, di polso, pronti ad applicare la Buona Scuola in ogni sua piccola parte e a reprimere con ogni mezzo necessario le proteste di studenti e docenti contro questo provvedimento.

Basta dare uno sguardo ai giornali negli ultimi due mesi, e subito ci troviamo di fronte a uno stillicidio di episodi di repressione negli Istituti.

A Bari, ad esempio, abbiamo una preside che sembra la perfetta rappresentazione del dirigente scolastico renziano: stiamo parlando di Tina Gesmundo, preside del liceo Salvemini di Bari, che pochi giorni fa ha sospeso le lezioni per far svolgere una messa all’interno dell’Istituto, con tutti gli studenti “caldamente invitati” a partecipare. La Gesmundo è la stessa preside che meno di un anno fa fece entrare la polizia dentro la scuola, sfondando un portone, interrompendo un’assemblea degli studenti e facendo sospendere i rappresentanti d’istituto solo perché stavano discutendo la proposta di occupare la scuola.

Questa è ormai la linea generale: nell’ultimo mese già in due scuole – in un alberghiero di Napoli e all’istituto Mossotti di Novara – la possibilità di usufruire dei servizi messi a disposizione dall’istituto è stata subordinata al pagamento del contributo scolastico. Addirittura al Mossotti il preside ha definito “obbligatorio” il contributo rifacendosi a un regio decreto del 1924: si esplica tutto il sapore fascista del nuovo modello di preside renziano. La stessa cosa, peraltro, è accaduta anche all’Istituto Majorana di Bari, sempre negli ultimi giorni, mentre in un altro Liceo Majorana, questa volta a Brindisi, il preside ha utilizzato degli studenti come protagonisti non pagati di uno spot pubblicitario in favore dell’Eni e della produzione di plastica, che ha prodotto fino ad ora un milione e mezzo di metri cubi di rifiuti tossici riversati nella vicina discarica a cielo aperto di Micorosa.

E come non citare un altro caso di repressione avvenuto questa volta ad Arzachena, in Sardegna, dove uno studente dell’Istituto Alberghiero locale è stato strattonato e sbattuto fuori da scuola dalla preside in persona perché si è rifiutato di togliere il piercing al naso e un orecchino. Un pugno di ferro adottato anche da alcuni insegnanti: pochi giorni fa a Padova una professoressa del liceo Marchesi, trovandosi davanti una studentessa poco preparata per l’interrogazione, ha iniziato a inveire contro di lei chiamandola “cagna”, “fallita”, “deficiente”.
Tutto questo non accade per caso. Da ottobre 2015 è partita la valutazione esterna delle scuole da parte dei commissari governativi (secondo la Direttiva n. 11 del settembre 2014, che definisce la valutazione degli istituti dal 2015 al 2017). Si tratta di una valutazione del rendimento degli studenti di ogni scuola: agli istituti, come dire, più virtuosi, saranno destinati i pochi fondi statali a disposizione. In questo senso, ogni preside cerca di attuare un ferreo controllo nella propria scuola per mostrare ai commissari che è quello l’istituto che merita di ricevere i fondi. Dall’altra parte l’imposizione di una ferrea disciplina nelle scuole è anche utile a ottenere investimenti delle aziende, che di certo non vogliono avere a che fare durante gli stage con una manovalanza a costo nullo che potrebbe addirittura richiedere qualche diritto.
Sempre in Lotta non ci sta. In queste prime settimane abbiamo perciò lanciato due campagne nazionali, una di denuncia degli episodi di repressione e autoritarismo e l’altra per la costruzione di collettivi studenteschi dentro tutti gli istituti: questo perché crediamo che sia necessario organizzarsi per lottare in maniera generalizzata contro i soprusi dei presidi manager e contro la riforma della Buona scuola che crea i presupposti di una scuola autoritaria e repressiva. Che il Governo e i padroni stiano attenti: non ci fermeremo, e la lotta è appena cominciata.

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