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Verso lo sciopero generale del 12 dicembre

Il 12 dicembre deve rappresentare per noi il passaggio dalle manifestazioni dimostrative alle mobilitazioni che colpiscono nel segno.

Una manifestazione oceanica della Cgil a Roma il 25 ottobre, due scioperi nazionali della Fiom nei cortei a Milano e Napoli a novembre, due manifestazioni riuscite del pubblico impiego e dei lavora che hanno anche scioperato), non sono bastate a fermare il Jobs act. Anzi, con l’approvazione della legge alla Camera il 25 novembre, e l’approdo in Senato, Renzi vuol chiudere il più presto possibile la partita.

Che questa battaglia deva finire come auspicano i padroni non è scritto da nessuna parte. Una partecipazione da protagonisti dei lavoratori potrebbe costringere i dirigenti sindacali ad andare fino in fondo.
Per fare questo è in primo luogo necessario capire che non ci devono essere deleghe in bianco per nessun dirigente, che sia la Camusso o il segretario della Fiom Landini

Bisogna passare dal gioco di rimessa attuato dai vertici fino ad ora (promuovendo mobilitazioni dimostrative), e iniziare a promuovere lotte che spiazzino il governo. L’appoggio nella società c’è, il successo delle manifestazioni tenutesi fin qui l’ha ampiamente dimostrato, si tratta ora di conquistare i lavoratori che ancora sono indecisi o titubanti.

In una parola trasformare in atti concreti affermazioni come quelle di Landini che davanti agli operai dell’Ast di Terni ha detto che se sarà necessario si occuperanno le fabbriche per difendere i posti di lavoro, o affermazioni come quella della Camusso che il 25 ottobre davanti a cinquecentomila lavoratori disse che la lotta andrà articolata in modo intelligente.

L’obbiettivo di avere una piattaforma di rilancio e una mobilitazione che vada al di là delle convocazioni nazionali deve riguardare tutti. Dobbiamo invitare i militanti dei sindacati extraconfederali a partecipare, con le proprie rivendicazioni, alle manifestazioni della Fiom e della Cgil, come ha fatto il Si cobas il 14 novembre a Milano, lottare contro la separazione dei settori più combattivi dalla massa dei lavoratori (come purtroppo è stato il 24 ottobre e il 14 novembre senza per altro avere un gran successo).

Una piattaforma per difendere lo Statuto dei lavoratori, un articolo 18 che realmente ci difenda dal licenziamenti ingiusti, ma che contrasti nei fatti la precarietà, si opponga ai licenziamenti, punti alla riconquista di contratti nazionali dignitosi, contrastando le leggi antisciopero che servono solo ai padroni per depotenziare le lotte. Come a appena fatto il garante per gli scioperi che ha proibito ai lavoratori del trasporto di incrociare le braccia il 12 dicembre.

Da qui alle prossime settimane dovremo impegnarci nella paziente promozione della necessità di aprire vertenze in tutti i luoghi di lavoro possibili a iniziare dai grandi gruppi che in questo momento hanno lavoro. L’obbiettivo deve essere colpire i padroni nel loro punto debole cioè i profitti. Per questo è necessario aprire una discussione coi delegati e i lavoratori su quali siano le forme di lotta più efficaci, scioperi a sorpresa, scioperi articolati, blocco delle merci, scioperi a singhiozzo. La parola d’ordine deve essere massimo danno con il minimo dispendio di ore di sciopero. Promuovendo una campagna per chiedere alla Cgil, alla Fiom e ai sindacati extraconfederali di organizzare una cassa di resistenza con i soldi delle tessere degli iscritti e con le sottoscrizioni dei lavoratori delle aziende in cui oggi scioperare, a causa della crisi, non crea particolari danni hai padroni.

Sfidare i dirigenti sindacali a passare dalle parole ai fatti, essere i più convinti sostenitori del ruolo dei lavoratori in questa mobilitazione sono gli unici modi con cui possiamo respingere gli attacchi padronali e contemporaneamente gettare le basi per una vera sinistra sindacale in grado di lottare per un sindacato realmente democratico e combattivo.

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