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L’Eni di Renzi taglia la produzione: dobbiamo impedirlo!

Nei prossimi giorni il collettivo Sempreinlotta Agrigento andrà a Gela a portare la solidarietà degli studenti ai lavoratori dell’Eni e dell’indotto in lotta. In questa battaglia non faremo mancare il nostro appoggio, unendoci ai lavoratori e allargando la base della mobilitazione fra gli studenti. Se volete portare il vostro appoggio o organizzare iniziative di solidarietà, contattateci alla mail info@sempreinlotta.org o sulla nostra pagina Fb.

“Il nuovo amminstratore delegato di Eni può emergere come una versione maschile di Margaret Thatcher nell’andare contro i sindacati”.

Questo è il commento degli analisti della finanziaria Sanford C. Bernstein & Co riportata da Bloomberg e dà una misura di ciò che si prepara. La Thatcher attaccò i minatori, oggi Eni attacca i lavoratori del settore petrolifero e punta a cancellare metà della propria produzione in Italia (oggi 774mila barili al giorno). Si comincia con i 3500 posti di lavoro (fra diretti e indotto) di Gela ma la cifra finale potrà essere molto più alta.

Nell’incontro dell’8 luglio fra il nuovo amministratore delegato Claudio Descalzi e i segretari generali di categoria di Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec-Uil, l’a.d. ha detto che oltre alla raffineria di Gela (100mila barili/giorno) sono a rischio anche la raffineria di Priolo (provincia di Siracusa), gli stabilimenti di Taranto, Livorno (84mila barili al giorno) e la seconda fase della riconversione di Porto Marghera (produzione etilene). La continuità produttiva è garantita solo alla raffineria di Sannazzaro (in provincia di Pavia, 190mila barili al giorno, con una nuova unità di produzione diesel dal 2012) e della quota del 50% che Eni ha a Milazzo, in una joint venture con Kuwait Petroleum Corp.

 La stategia aziendale

 L’annuncio non era inaspettato. Descalzi denuncia una sovrapproduzione europea di 120mln di tonnellate di greggio e un rosso di 850mln di euro per la raffinazione in Italia. Più precisamente, la divisione refining and marketing avrebbe perso 159mln di euro nel primo trimestre 2014 (fonte: Bloomberg) e 800mln di euro negli ultimi 2 anni (fonte: Wall Street Journal). Il 9 luglio il Sole 24 Ore riportava una nota dell’agenzia di rating Fitch: “uno dei fattori che potrebbe contribuire al downgrade [di Eni] è la mancanza di un miglioramento tangibile nella performance di questo segmento nei prossimi 12-18 mesi. Ci aspettiamo che questo avvenga attraverso un processo di ristrutturazione piuttosto che attraverso un miglioramento della situazione della raffinazione in Europa”. In sintesi, visto che il quadro di crisi non migliora, bisogna tagliare.

Questa situazione è dovuta, semplificando, a due ragioni: la prima è che il mercato del greggio in Europa e Usa si è ristretto. Secondo i dati dell’Eia (U.S. Energy Information Administration), gli Usa nel 2007 consumavano 20,6mln di barili al giorno, nel 2012 18,5. Nello stesso periodo il consumo in Europa è passato da 16,4mln a 14,5mln. La seconda è che la produzione in Medio Oriente e Asia è più competitiva, e gli Usa hanno aumentato fortemente la propria produzione interna: nel 2007 ne producevano 8,5mln, nel 2013 12,3mln.

La contrazione dei mercati in Usa ed Europa è però solo una parte del quadro: il consumo mondiale dal 2007 è sceso di 2mln di barili/giorno nel 2008 e 2009 ma poi è risalito di 4,5mln, fino agli 89,5mln nel 2012.

Non è vero, dunque, che il greggio in assoluto non serve. Il fatto è che conviene produrlo dove si paga di meno, e per Eni la sola estrazione è più conveniente della raffinazione, settore in cui i margini di profitto si sono molto ridotti negli ultimi anni. È una linea già seguita da altre compagnie e che in Italia ha portato dal 2007 alla conversione in depositi di greggio delle raffinerie di Cremona (Tamoil), Roma (TotalErg), Manotva (Ies). Secondo la Filctem-Cgil, queste conversioni hanno fatto perdere in 6 anni 7mila posti di lavoro.

La scelta aziendale di Eni quindi è investire in altri settori e fuori dall’Italia, dove lo sfruttamento dei lavoratori è più elevato, complici anche missioni militari in Medio Oriente (22mila barili/giorno Eni in Iraq) o accordi con regimi come quello libico (76mila barili/giorno), egiziano (93mila barili/giorno), e la lista potrebbe andare avanti ancora a lungo. Proprio in questi giorni Renzi ha accompagnato Descalzi in Congo e Mozambico dove Eni sta per investire decine di miliardi di euro in esplorazione ed estrazione.

La totale noncuranza verso lavoratori, ambiente, popolazioni locali da parte di Eni in Italia e all’estero rende puerile l’argomento recentemente usato dall’a.d. di voler convertire le raffinerie per le produzione green a maggiore tutela ambientale.

 Gela

Proprio l’anno scorso i sindacati avevano firmato un accordo che prevedeva 1000 mobilità lunghe (7 anni) a livello nazionale e la riduzione da 1300 a 1000 dipendenti nello stabilimento di Gela. In cambio, immancabile, la promessa di Eni di un investimento di 700mln di euro per rinnovare la raffineria e renderla ecosostenibile, con orientamento al diesel, 3 nuove linee di produzione, riutilizzo degli scarichi, tutela ambientale e impulso all’economia locale. La riduzione c’è stata, gli investimenti no. Già nel 2011 un altro accordo aveva previsto 500mln di euro di investimenti a fronte della richiesta di riduzione di 400 posti di lavoro.

Si commenta da sé la dichiarazione dell’a.d. Descalzi che ora dice che la raffineria chiude ma investiranno 2,1 mld di euro per fare una “raffineria verde”: aumentano i licenziamenti, aumentano i soldi promessi.

La verità è che queste dichiarazioni sono state dettate dall’immediata mobilitazione dei lavoratori. Probabilmente l’amministrazione Eni pensava che Gela fosse lo stabilimento più indicato da colpire per primo anche perchè fermo per manutenzione dall’incendio del 15 marzo scorso. Già dal 4 luglio invece gli operai hanno cominciato a presidiare i cancelli dello stabilimento. Il 9 luglio, appena rotte le trattative, alcuni operai sono andati anche ai cancelli della “GreenStream”, consociata Eni che gestisce la stazione di approdo del metanodotto proveniente dalla Libia e hanno bloccato l’afflusso della navi nel porto impedendo le operazioni di scarico. Il prefetto ha precettato i lavoratori che gestiscono il gasdotto, ma nel corso della vertenza questa potrebbe essere una posizione strategica, anche considerando l’instabilità politica in Ucraina, attraverso la quale passa il gas russo.

Cancellare la raffineria di Gela vuol dire affamare l’intera cittadina, che ha una totale dipendenza economica da quello stabilimento: 3700 lavoratori su una popolatione di 77mila persone, con un tasso di dioccupazione superiore al 40%. Crocetta stima in un -7% l’effetto della chiusura sul Pil siciliano.

Il 18 luglio si è riunito un coordinamento nazionale unitario di categoria di Filctem, Femca e Uiltec che ha convocato per il 29 luglio uno sciopero per tutto il gruppo Eni (impianti di raffinazione, produzione e perforazione, impianti chimici e petrolchimici, sedi direzionali, uffici commerciali e amministrativi, aziende territoriali) con corteo nazionale a Roma più due ore per tutti gli impiani di raffinazione (anche non Eni) sul territorio nazionale. Lo sciopero interesserà 30mila lavoratori.

Intanto continuano picchetti, volantinaggi, cortei, blocchi stradali che i lavoratori portati avanti di giorno in giorno dai lavoratori gelesi, che il 28 luglio avranno uno sciopero generale territoriale.

Che attacco è, che risposta serve

L’attacco arrivato non è casuale. È l’epicentro di un’ulteriore ondata di esuberi e dismissioni che colpisce una settore strategico della classe lavoratrice per sfondare ovunque. Eni, prima società italiana per capitalizzazione di borsa, guida l’attacco. E non è un caso che l’annuncio sia arrivato appena consolidate le nuove nomine. L’attuale a.d. Descalzi è stato nominato dal governo Renzi il 14 aprile, nello stesso giorno Presidente di Eni è stata nominata Emma Marcegaglia, falco di Federmeccanica. Proprio il governo Renzi, azionista di maggioranza di Eni con il 30% delle azioni in mano pubblica, si è reso architetto quindi di un cambio di linea in Eni, trovando un conflitto economico per sconfiggere i lavoratori e dare un colpo decisivo ai sindacati, il cui ruolo lavora a ridimensionare dal primo giorno di governo. Certo che i precedenti accordi a perdere firmati dai sindacati proprio con Eni e su Gela dicono proprio quello che non va fatto: accettare tagli in cambio di promesse. È stato così nel 2011, è stato così nel 2013. Nel 2011 ci fu anche la firma peggiorativa delle condizioni di lavoro sul modello Pomigliano, dove poi la consultazione fra i lavoratori dette parere contrario. Questa volta, per il momento la linea della Filctem-Cgil “a fabbrica chiusa non si può fare alcun progetto e non si può discutere” regge, anche perchè far digerire ai lavoratori un crollo di questa portata non sarebbe semplice. Ci saranno però passaggi delicati nei prossimi giorni: due giorni dopo lo sciopero del 29, probabilmente anche vedendo quale capacità di mobilitazione hanno i sindacati, Eni presenterà il nuovo piano industriale; il governo intanto ha aperto due tavoli di trattativa, uno sulla raffinazione a livello nazionale e uno su Gela (con partecipazione di Crocetta, dei sindaci delle città interessate, dei sindacati e dell’azienda). A questi tavoli non si può andare per trattare quanto è sacrificabile, si deve andare per dire che non deve essere tagliato neanche un posto di lavoro né uno stabilimento. Lo Stato, anziché appoggiare i progetti aziendali del cda di Eni, ne riprenda il pieno controllo al fine di mantenere il patrimonio produttivo e lavorativo e di metterlo al servizio delle esigenze energetiche del paese. Per fare questo, alla piena proprietà pubblica si affianchi il controllo dei lavoratori sugli stabilimenti. Solo così, fra l’altro, il problema della salute e dell’ambiente potrà essere affrontato davvero: non da chi sta nella sua villa a centinaia di chilometri di distanza e ha avvelenato il mare di Gela per decenni, ma da chi vive del lavoro in quello stabilimento e ha tutto l’interesse a fermare l’avvelenamento.

Nelle prossime settimane vedremo mobilitazione di vario genere a Gela. Si sono già riuniti consigli comunali unificati fuori dallo stabilimento e sono state annunciate preghiere e giornate di preghiera e di digiuno dal vescovo. Quando c’è un attacco che rischia di affamare un’intera comunità è normale e prezioso che la mobilitazione sia generale e popolare, come vedemmo ad esempio a Pomigliano anni fa. Questo però non deve portare a vicoli ciechi: non sarà appellandosi alla ragionevolezza dei vertici aziendali o del governo che si respingerà questo attacco, sarà solo con una tenace lotta dei lavoratori, a Gela e in tutto il gruppo Eni, attorno alla quale ogni mobilitazione di supporto sarà preziosa. Non cedere di un centimetro, impedire di spaccare il fronte fra diversi stabilimenti, fra chi lavora e chi è fermo, fra chi si salva e chi viene buttato giù dalla nave, imporre che le decisioni siano discusse dalle assemblee, coordinarsi per piegare l’azienda. 30mila lavoratori hanno la forza di farlo. Lo sciopero del 29 deve servire per dare un primo colpo e mette le basi per questa lotta.

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