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OCCUPAZIONI: Un contributo per organizzare e gestire la lotta dentro la scuola

L’occupazione delle scuole si conferma uno strumento di lotta vitale, nonostante le accuse di ministri, presidi, giornali e la conseguente (e crescente) repressione. Spesso però abbiamo visto una difficoltà nella preparazione di queste occupazioni, o una scarsa capacità di tenuta, o ancora un disorientamento degli studenti su cosa fare una volta occupata la scuola o davanti alle misure repressive messe in atto da presidi e professori. È normale, dal momento che ogni nuova generazione deve imparare da capo come affrontare queste situazioni; c’è tuttavia un problema ulteriore: negli ultimi anni la crisi delle strutture studentesche ha lasciato molte scuole prive di collettivi solidi e attivisti formati, e così in tanti casi si è rotta la trasmissione delle lezioni degli anni passati. Inoltre crediamo che quelle stesse strutture studentesche abbiano avuto per troppo tempo un approccio routinario verso le occupazioni, senza un’adeguata riflessione su cosa siano davvero, a cosa servano e come debbano essere costruite e portate avanti. Senza pretesa di scrivere manuali, perché ogni situazione ha le proprie caratteristiche e va valutata a sé con flessibilità, proviamo a dare un contributo su alcuni punti di base.

 

Partiamo da un chiarimento. Fin qui abbiamo parlato solo di occupazione, ma in realtà ci sono molte forme intermedie che modificano la normale attività scolastica.

 

  • L’occupazione vera e propria è quella in cui l’edificio scolastico è fisicamente posto sotto il controllo di tutti gli studenti, o almeno di una parte di essi; le lezioni sono bloccate e sono gli studenti a decidere chi entra e cosa si fa o cosa non si fa a scuola.
  • L’autogestione con blocco delle lezioni è molto simile all’occupazione, salvo per il fatto che non c’è un controllo altrettanto rigido dell’edificio (spesso i professori possono entrare).
  • L’autogestione senza blocco delle lezioni è di fatto una divisione della scuola in due parti: in una ci sono le lezioni (o attività di studio e ripasso), nell’altra le attività decise e gestite dagli studenti.
  • La cogestione, infine, è una modifica della normale attività scolastica, pienamente concordata con i professori e il preside, i quali possono quindi porre le loro condizioni sulla gestione delle attività e/o decretare arbitrariamente la fine della cogestione stessa.

 

L’essenza di queste forme di mobilitazione è quindi la stessa, che si articola in forme più o meno sfumate o conflittuali: la normale attività della scuola e la normale gestione totalmente nelle mani dell’amministrazione scolastica vengono interrotte, gli studenti concentrano nelle proprie mani una parte o tutta la gestione della scuola. Nei fatti, cambia il soggetto che prende le decisioni, una catena di comando (preside e professori) si fa da parte e se ne afferma un’altra (gli studenti riuniti in assemblea). L’occupazione di una scuola porta con sé insomma un embrionale dualismo di potere. È quindi evidente che più avanzata è la forma di lotta (verso l’occupazione) più si mostra che gli studenti organizzati possono decidere cosa accade a scuola; viceversa, più la lotta è istituzionalizzata (verso la cogestione) meno si contesta chi normalmente gestisce la scuola e più il controllo resta nelle solite mani.

Il fatto che negli ultimi anni si siano viste sempre più cogestioni e sempre meno occupazioni (di fatto un’istituzionalizzazione di questa forma di lotta) mostra che le amministrazioni scolastiche vogliono cancellare dalla memoria degli studenti l’idea di poter decidere da soli, e vogliono far passare invece l’idea che sempre, persino nelle mobilitazioni, dev’essere il preside ad avere l’ultima parola e “guai a mettere in dubbio le regole”. Ma questo non è vero! Se gli studenti si organizzano e si mobilitano le regole possono saltare. È, in sostanza, una questione di rapporti di forza che si possono mettere in campo.

 

Proprio per questo però bisogna stare attenti a dare una prova di forza che sia tale e non si trasformi in una prova di debolezza. A un’occupazione bisogna arrivare preparati e con il consenso della maggioranza degli studenti. Bisogna discutere in assemblea non solo dell’inizio della lotta e decidere le attività, ma ogni giorno l’assemblea si deve riunire per discutere delle novità, dei modi di svolgimento delle attività, insomma di come portare materialmente avanti l’occupazione; infine tutte le decisioni discusse vanno ratificare con votazione democratica al termine dell’assemblea. Questo non solo perché ognuno (a parte i fascisti, i quali devono essere allontanati, poiché parteciperebbero all’assemblea solo per provocare, sabotare e aggredirne i membri) deve poter dire la propria, ma perché solo una decisione discussa puntualmente e condivisa sarà poi sostenuta con forza da tutti gli studenti. Altrimenti, e qui arriviamo alla “prova di debolezza”, ci si ritrova in qualche decina di “sopravvissuti” e si deve sbaraccare tutto. Infine, le decisioni prese devono essere rispettate da tutti e, nonostante la buona volontà dei singoli, l’assemblea deve garantire un servizio d’ordine fatto dagli stessi studenti, che sia identificabile e che si attenga alle indicazioni dell’assemblea: il servizio d’ordine permette anzitutto di controllare che non ci siano infiltrati nella scuola e, come si dice sopra, garantisce che le decisioni dell’assemblea vengano rispettate da tutti.

 

Chiariamo un punto importante, che spesso causa problemi fra gli studenti che non sanno come affrontare la questione: il rapporto con i lavoratori. Sicuramente un’occupazione che abbia con sé l’appoggio e la collaborazione dei lavoratori della scuola, docenti e personale Ata, è più forte. Tuttavia questo non vuol dire mettersi in coda ai professori che vogliono indebolire (cogestione) o reprimere la lotta. Il punto è molto semplice e parte da una domanda: i lavoratori vogliono rafforzare o indebolire la lotta? Nel primo caso allora devono partecipare alle assemblee con gli studenti, discutere con loro da pari a pari e attenersi alle decisioni prese tutti insieme, uniti in unico fronte. Nel secondo caso invece, se la forza degli studenti è sufficiente, non ci si deve piegare.

 

Bisogna comunque capire a cosa serve un’occupazione, altrimenti si rischia di fare ragionamenti a vuoto.

 

Se si sta facendo, ad esempio, una lotta nella scuola per ottenere degli obiettivi precisi (come può essere l’istituzione di corsi di recupero accessibili a tutti gli studenti, o la concessione di un’aula per le riunioni del collettivo, o altro ancora) allora in questo caso l’occupazione può servire come utile strumento di pressione fino alla realizzazione degli obiettivi stessi, o almeno fino a che non si decida di cambiare forma di lotta. Inoltre, se un problema tocca più scuole, come può essere ad esempio la necessità di far partire il riscaldamento due ore prima, per non morire di freddo la prima ora, allora dovrebbero esserci a livello cittadino, o locale, occupazioni in tutte le scuole, coordinate attraverso assemblee di delegati eletti nelle varie scuole, in modo da avere un confronto il più democratico possibile fra le singole realtà e portare avanti, uniti e quindi più forti, la lotta.

 

La maggior parte delle occupazioni comunque le vediamo nascere in collegamento a movimenti nazionali, o legate a battaglie molto più ampie (contro una riforma, contro l’austerity, ecc.). In questo caso servirebbe un coordinamento nazionale di delegati delle varie scuole o città: tuttavia, per piegare il governo di un paese di solito le mobilitazioni studentesche da sole non bastano, ma hanno bisogno dell’appoggio dei lavoratori in lotta. In questo si esprime la forza, ma anche il limite del movimento studentesco: si possono creare, certo, un disagio e una pressione anche molto forti, ma queste cose da sole non bastano a fermare la produzione di un intero paese (come invece posso fare i lavoratori in sciopero generale), né gli studenti da soli posso prendere in mano aziende, fabbriche, ospedali, ferrovie, telecomunicazioni, sottraendoli alla classe dominante.

Le occupazioni studentesche di scuole e università sono quindi una forma di lotta utile, ma non decisiva. Vanno usate, ma occorre tener presente che serve un livello diverso e più alto di scontro per vincere definitivamente. In concreto posso occupare contro una missione militare, o contro una riforma, farò sentire in questo modo il dissenso, metterò certo pressione al governo e creerò l’occasione di una generalizzazione del conflitto, ma sarà solo con la forza del movimento operaio che si schiera con gli studenti che si potranno davvero cambiare le cose. Fra l’altro una scuola occupata può anche essere un’ottima base per organizzare altre forme di lotta fuori dalla scuola stessa.

 

C’è infine un altro elemento, decisivo. Le scuole occupate sono uno spazio fondamentale di formazione politica. Tutto ciò che abbiamo scritto fino a qui dovrebbe diventare patrimonio degli studenti in lotta e dovrebbe essere argomento di discussione nelle assemblee. Le assemblee, i gruppi di lavoro e di approfondimento sono un patrimonio immenso in un’occupazione: a scuola si parla di ciò che viene taciuto durante le normali lezioni. Discussioni di attualità, discussioni su lotte in altri paesi, sulla Grecia, sulla Siria e l’Egitto, discussioni sul ’68/’69, sulla resistenza e sull’antifascismo, discussioni sulla crisi del capitalismo, sulle idee rivoluzionarie o sulle lotte operaie: questi e tanti altri temi sono ciò che serve per uscire da un’occupazione diversi da come ci si è entrati. Anche per questo quando si organizza un’occupazione è necessario pensare ad un piano di discussioni, proiezioni, assemblee, letture che possa riempire la durata della mobilitazione. Non abbiamo nulla contro i tornei di calcetto o pallavolo, anzi… tuttavia solo curando la discussione politica ci si potrà chiarire le idee su come proseguire nella lotta, e soprattutto alla fine dell’occupazione non ci si saluterà solo rimandando tutto all’occupazione dell’anno successivo, ma resterà una scuola pronta a reagire quando è necessario, con più esperienza, e una fascia di studenti, magari organizzati in un collettivo, che potranno monitorare la situazione nella scuola, proporre assemblee, tenere informati tutti gli studenti e, quando necessario, far ripartire le lotte su una base più avanzata e con le idee più chiare.

 

Questi pochi punti che abbiamo trattato sono in parte tradizioni storiche del movimento studentesco italiano (che si sono parzialmente perse nella routinarietà e che è necessario recuperare in questi anni) e in parte invece sono punti di forza di movimenti studenteschi di altri paesi, che in Italia devono ancora trovare una traduzione. A nostra volta li abbiamo conosciuti attraverso un lavoro di discussione e formazione che cerchiamo di sviluppare il più continuativamente possibile: è proprio in questo che crediamo sia racchiusa l’utilità di una struttura studentesca.

 

I nostri collettivi sono impegnati in prima linea a sostenere le occupazioni che si andranno a sviluppare nel prossimo periodo. Interveniamo portando avanti le idee abbozzate in quest’opuscolo, con l’obiettivo di creare un coordinamento sempre più forte che unisca in un solo fronte tutti gli studenti in lotta del paese. Per rafforzare le mobilitazioni, e per far tesoro dell’esperienza e metterla a disposizione di chi comincia ora a lottare per i propri diritti.

 

Costruisci con noi il Coordinamento Sempre in Lotta, mobilitati nella tua scuola, fonda un collettivo e discuti con i tuoi compagni!

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