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Numero chiuso anche alle superiori: ennesima tappa verso la distruzione del diritto allo studio

di Luigi Piscitelli

Tutto ciò che i governi degli ultimi anni non sono riusciti a fare per distruggere la scuola pubblica attraverso la porta d’ingresso principale delle controriforme, è avvenuto attraverso l’uscita di servizio, ovvero l’autonomia scolastica. Attraverso questa ogni dirigente scolastico può fare nel suo istituto i  suoi attacchi al diritto allo studio, creando non pochi grattacapi al ministero,  ogni anno investito da lettere di protesta da parte delle famiglie degli studenti. Dopo gli scandali sui contributi scolastici volontari, spacciati come obbligatori in numerose scuole del paese, si arriva alle superiori a numero chiuso, sul modello di numerose facoltà universitarie che negano ogni anno l’accesso agli studi a migliaia di giovani attraverso i test d’ingresso. Quando ci sono pochi fondi, pochi insegnanti, poco materiale didattico e le aule rischiano di crollarti in testa, un preside “responsabile” non può lasciare che si iscrivano tutti. Infatti, per legge, nel caso in cui le domande d’iscrizione siano in eccedenza rispetto ai posti resi disponibili dalle scuole, vi sono dei criteri a cui le scuole si devono attenere per la selezione dei loro studenti: Le scuole procedono preliminarmente alla definizione dei criteri di precedenza nella ammissione, mediante apposita delibera del consiglio di istituto, da rendere pubblica prima dell’acquisizione delle iscrizioni […] Pur nel rispetto dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, i criteri di precedenza deliberati dai singoli Consigli di istituto debbono rispondere a principi di ragionevolezza quali quello della vicinanza della residenza dell’alunno alla scuola o quello costituito da particolari impegni lavorativi dei genitori. In quest’ottica, l’eventuale adozione del criterio dell’estrazione a sorte rappresenta, ovviamente, l’estrema “ratio”, a parità di ogni altro criterio. Nonostante ciò Cristina Bonaglia, preside dell’Istituto tecnico e del Liceo delle scienze applicate E. Fermi di Mantova, visto il forte numero di iscritti  al primo anno (per l’anno scolastico 2013/2014 oltre trenta alunni per classe) ha annunciato l’introduzione del numero chiuso e dei test d’ingresso. Quello mantovano non è certo il primo caso. Già nel 2007 il Liceo Europeo A. Spinelli aveva introdotto i test per accedere al primo anno a causa della mancanza di spazio, addirittura anche le medie sono diventate a numero chiuso per la stessa ragione, costringendo i bambini delle quinte elementari a sostenere una prova d’ingresso. Nei testi si richiede soprattutto una conoscenza delle lingue straniere, oltre all’italiano e a forti basi logico-matematiche. Resta difficile comprendere la logica “meritocratica” in un sistema formativo che non ha le risorse pubbliche sufficienti per garantire a tutti il diritto allo studio. La verità è che siamo arrivati ad un’esasperazione senza precedenti della selezione di classe, dove chi ha i soldi può permettersi un’istruzione degna di questo nome e chi non ce li ha dovrà contare solo sulle proprie forze e al minimo errore verrà severamente punito. Dopo quasi quindici anni possiamo dire, con una certa dose di sicurezza, che l’autonomia scolastica è riuscita nel suo intento: trasformare l’istruzione pubblica da diritto di tutti a privilegio di pochi. Ogni scuola è diventata un’azienda, ogni preside un manager, ogni lavoratore un ingranaggio della catena di produzione e ogni studente, insieme ovviamente alle famiglie, un cliente o meglio l’utilizzatore finale della “merce” istruzione.  Ogni contro-riforma negli ultimi anni ha segnato il passo verso il totale smantellamento del diritto allo studio, attraverso differenti strumenti: primo fra tutti il progressivo  taglio dei finanziamenti destinati alla scuola pubblica e l’aumento di quelli alle private. Nel 1990 lo stato spendeva per la scuola il 10,3% della spesa pubblica, nel 2008 questa percentuale si è ridotta di un punto tagliando circa 80 miliardi di euro. Sempre nel 2008 ricordiamo che la l. 133 ha previsto tagli agli investimenti per scuola pubblica pari a 7,8 miliardi nel triennio 2009-2012. Gli effetti di tutto ciò li conosciamo bene, li viviamo tutti i giorni sulla nostra pelle studiando in aule sovraffollate dove la qualità della didattica peggiora, vivendo strutture fatiscenti e inagibili, senza contare l’aumento del precariato per i lavoratori della conoscenza. Restano solo le briciole di quella che una volta era l’istruzione di massa e hanno deciso non solo di farcela pagare a peso d’oro, ma di innescare una lotta all’ultimo sangue, mascherata dietro la parola d’ordine della meritocrazia, per chi deve accaparrarsele. Rivendichiamo la totale gratuità e l’accessibilità a ogni grado d’istruzione, a chi dice che non ci sono abbastanza posti o abbastanza fondi rispondiamo che i soldi si possono e si devono trovare, tagliandoli dai finanziamenti alle scuole private e cattoliche, alle opere inutili come la TAV e il MOUS, rifiutando il pagamento del debito pubblico e abrogando il fiscal compact. Ancora una volta la difesa del diritto allo studio è indissolubilmente connessa a una battaglia più complessiva che miri alla trasformazione di questa società.

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