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Dopo le elezioni… ancora attacchi alla scuola!

di Alessio Marconi, Coordinatore nazionale Sempre in Lotta

La macchina è fuori controllo, e chi sta salendo alla guida comunque la vuole far schiantare. Questa è la sintetica descrizione dello stato dell’istruzione pubblica italiana.

La fine del governo Monti ci dà poche illusioni, per almeno tre ragioni. La prima è che gli attacchi negli ultimi venti anni sono arrivati da governi di ogni colore politico, e chi si appresta a governare ha già fatto il suo, ad esempio con la riforma Berlinguer-Zecchino dell’università (il 3+2), o con gli esami di riparazione di Fioroni; la seconda è che i tagli della Legge di stabilità e dell’ultimo governo sono stati sostenuti da tutti i partiti presenti in Parlamento; la terza è che il governo si muoverà in un situazione di scarsità di risorse, causa i vincoli di austerità già approvati, per cui, se non si rompono gli accordi, ai tagli passati dovranno aggiungersi quelli futuri, in una situazione dove già il livello attuale di definanziamento sta facendo crollare il castello.

 

Ciò che è successo negli ultimi anni si può riassumere così: c’era un progetto politico bipartisan per creare pochi centri di eccellenza e molti istituti dequalificati per i figli dei lavoratori, con una apertura ai privati nel finanziamento e nel controllo di scuole e università. Su questo progetto è intervenuta la crisi economica, che ha posto come centrale la necessità dei tagli e il resto come secondario. Così la riforma Aprea anche questa volta non è passata perché per il governo, a fronte delle mobilitazioni, il gioco non valeva la candela, ma si sono tagliate le risorse economiche una, due, tre volte in un anno.

Recentemente il Consiglio universitario nazionale (Cun) ha pubblicato una dichiarazione secondo cui l’Italia ha una spesa per l’università pari all’1% del Pil, contro una media Ocse dell’1,6% (32° su 37 paesi considerati). Se si considera solo la spesa pubblica, è lo 0,8% del Pil. Il Fondo di finanziamento ordinario si è ridotto dal 2009 al 2012 del 5% all’anno e per il 2013 è stimata una riduzione del 20%, che lo renderebbe inferiore alla somma delle spese fisse a carico dei singoli atenei. Il che vuol dire che nel 2013 non si possono chiudere i bilanci.

Scrive il Cun: “tali emergenze, se non affrontate (…) condurranno a una crisi irreversibile, in conseguenza della quale gli Atenei e le Comunità Accademiche non saranno più in condizione di assolvere i propri compiti”.

La pressione dei tagli si scarica sui singoli istituti scolastici o atenei. Il finanziamento privato langue, anch’esso influenzato dalla crisi e dalla scarsa propensione della borghesia italiana a investire in formazione o ricerca. I bilanci si fanno insostenibili, e la pressione si scarica ancora un gradino sotto: sugli studenti e le famiglie. Il canale legislativo per fare questo è l’autonomia scolastica e universitaria. Cioè, ognuno si arrangi per chiudere il suo bilancio.

Le università sfruttano ogni forma di aumento di tasse e tagliano biblioteche, laboratori, corsi di studio, posti di lavoro. Sempre secondo i dati Cun, sparisce così il 22% dei professori negli ultimi sei anni e il 7,4% del personale tecnico-amministrativo negli ultimi tre anni. I corsi di laurea attivi diminuiscono del 22,6% negli ultimi cinque anni e gli immatricolati del 17% (58mila in meno) dal 2003 a oggi.

Con poche briciole da spartirsi, si apre una gara di sopravvivenza fra i diversi atenei e, per decidere chi vive e chi muore, il ministero ha approntato una valutazione (simile a quella Invalsi per le scuole) dove, a seconda del risultato in un test a risposte chiuse somministrato ai laureati triennali, l’ateneo avrà o meno le risorse per sopravvivere.

Per quanto riguarda le scuole, queste non possono chiedere più di una ventina d’euro di tasse obbligatorie (e solo per gli ultimi due anni). Aumenta così il ricorso al “contributo scolastico”, che per legge è volontario ma che le scuole presentano come obbligatorio. In certi casi si chiedono 300 euro a studente e il peso di questa entrata può arrivare a percentuali alte del bilancio della singola scuola. Chi non paga viene accusato di far fallire la scuola (ma l’istruzione non era un diritto garantito dallo Stato? E i soldi dei lavoratori versati con le tasse finiti nelle tasche delle banche?). Il malcapitato potrebbe anche essere messo in classi che non hanno accesso a determinati servizi. Cosa illegale, per inciso, ma che succede lo stesso finché qualcuno non si oppone.

Questo è uno spaccato, parziale, dello stato e della direzione verso cui va l’istruzione pubblica. Uno spaccato destinato a peggiorare e probabilmente a cancellare diritti che davamo per acquisiti.

In questo processo, si generano e si genereranno sempre più punti di opposizione, a volte per scelta, più spesso ancora per necessità. Qui contro la chiusura di una biblioteca, lì contro il pagamento di un contributo scolastico.

Saremo in questi conflitti, sapendo però che non ci vorrà molto perché esplosioni di livello molto più alto arrivino. Il 37,1% di disoccupazione giovanile, situazione già vista in Spagna, Grecia e nei paesi arabi prima dei rabbiosi movimenti di massa, sta lì a ricordarlo. Dentro e fuori le battaglie parziali, spiegando cosa succede all’istruzione pubblica dentro il più ampio quadro della crisi del capitalismo, si attiverà e preparerà un settore dei giovani che dovrà farsi trovare all’altezza degli avvenimenti che si preparano.

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