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Il “nuovo” colonialismo in Mali

 di Mattia Mariani

Da un mese, i media italiani stanno dando particolare risalto ad un fatto di politica estera: la situazione maliana. Che cosa sta succedendo perché l’Occidente si interessi ad uno Stato africano? La risposta è semplice: è in corso una guerra civile e l’ONU, dichiarando l’emergenza umanitaria, ha appoggiato l’intervento militare della Francia, una nuova “guerra per la pace”. La situazione è in realtà complessa: le cause di questa crisi sono da cercare addirittura all’inizio del ‘900 quando i francesi repressero la rivolta dei Tuareg nel Sahara occidentale.

I Tuareg, una volta che il Mali si dichiarò indipendente nel 1960, sono stati impegnati in un movimento di liberazione nazionale per l’indipendenza dell’Azawad dallo Stato centrale del Mali.

L’ultimo conflitto è quello in corso adesso, iniziato nel 2011 con la caduta di Gheddafi in Libia: l’aiuto delle forze occidentali alle milizie fondamentaliste contro Gheddafi hanno incoraggiato i ribelli locali legati ai gruppi islamici libici, come Al Quaeda nel Maghreb. Il conflitto ha subito un ulteriore aggravamento con il colpo di Stato del Mali del 22 marzo 2012 quando il comandante dell’esercito Sanogo ha sequestrato il ministro della difesa Gassama e costretto il presidente Tourè alla deposizione, con successivo insediamento di un presidente ad interim (Traorè). Sanogo, addestrato negli Stati Uniti, non ha saputo ricambiare la fiducia dell’Occidente. Da qui l’aiuto “disinteressato”della Francia: il Mali, sia chiaro sin da ora, si trova al centro dell’Africa occidentale ed è un’insostituibile via di comunicazione per il Niger, paese dove si estrae praticamente tutto l’uranio che serve alle centrali nucleari francesi. Se quindi Hollande ci dice che in Mali l’intervento militare serve a “difendere la democrazia” noi sappiamo perfettamente cosa significano queste parole!

I Tuareg del Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (MANLA) alla fine del 2011 hanno stretto una alleanza con tre gruppi fondamentalisti: AQMI ( Al-Qa’ida nel Maghreb Islamico), Ansar el Din e MUJAO ( Movimento unitario per la Jihad nell’Africa occidentale)
Dall’inizio della dittatura, le quattro fazioni si sono alleate e in marzo e aprile 2012 hanno occupato il Nord del Mali e le sue principali città – Kidal, Gao, Niafunke e Timbuctu. Ben presto le milizie Tuareg sono state sopraffatte dalle forze legate ad Al-Quaeda: la minaccia dei circa quattromila combattenti jihadisti ha reso la situazione precaria e, per gli interessi francesi, insostenibile.
Durante questo conflitto l’esercito del Mali non ha mancato di saccheggiare i villaggi e compiere violenze sulla popolazione. Proprio questo Gennaio Hollande decide di intervenire a sostegno dell’esercito regolare maliano, per “contrastare l’integralismo islamico”. Il 10 Gennaio comincia l’operazione e il 2 Febbraio Hollande visita il Mali, sicuro dell’imminente fine della guerra visto la ripresa di Kidal. Ma nonostante le roccaforti dei ribelli siano state conquistate, la situazione di completa instabilità rimane e nessuno degli elementi che hanno condotto all’apertura del conflitto ha trovato una soluzione: i fondamentalisti mantengono una grande forza, le popolazioni del Nord continuano a rivendicare l’autonomia e il governo centrale è terrorizzato dalle rappresaglie che possono gettare nel caos il paese. La Francia ha vinto una battaglia, ma ben presto si troverà in una condizione in cui le contraddizioni non potranno che riesplodere.

Riuscirà il Mali a riprendersi con il colonialismo francese, o è solo un tentativo di rinviare una grave crisi? Quel che sappiamo di certo, oltre agli interessi sull’uranio e sul petrolio, è che la Francia avrà tanto più guadagno quanto più riuscirà a distruggere: infatti a ricostruire gli edifici saranno le società francesi pagate dallo stato maliano. Il Mali sta ricevendo in donazione soldi da diversi stati che dovrà reinvestire nell’edilizia, ma la maggior parte dei soldi arriveranno dal Fmi che presterà 18, 6 mln di dollari per la ripresa. Ci chiediamo se ci sia davvero da scandalizzarsi per lo sfruttamento del Mali: in fondo, in questo sistema economico, lo sfruttamento dei conflitti e delle popolazioni è presente da diversi decenni! Più che indignarci dobbiamo cambiare questo sistema schiavista che prosciuga risorse e annienta popolazioni. Quello che stiamo descrivendo è il sistema capitalista: noi vediamo l’arma economica degli sfruttatori dietro le loro maschere di difensori dei valori cristiani, della pace e della democrazia.

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