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Giù le mani dal valore legale del titolo di studio!

Secondo una famosa canzone:”I sogni son desideri”. Dev’essere probabilmente l’adagio più cantato dai padroni nostrani prima di andare a letto. Dalla finanza agli enti locali, dalle leggi sul lavoro alla politica estera, non v’è campo in cui il governo Monti non proceda a testa bassa per assecondare i sogni della borghesia del nostro paese. La scuola pubblica non poteva fare eccezione. E infatti pare proprio che non ne farà. Sulla grande stampa borghese si è riaperto il dibattito sull’abolizione del valore legale del titolo di studio. In Italia, nonostante pressioni più che ventennali da parte del grande capitale, una laurea conseguita a Milano ha ancora lo stesso valore legale di una laurea conseguita nelle università pubbliche di qualsiasi altra città. Si tratta di un principio di democrazia che equipara le università pubbliche e permette ai figli dei lavoratori di avere lo stesso valore del titolo di studio ovunque essi si trovino. Senza tale equiparazione la privatizzazione dell’istruzione pubblica procederebbe senza ostacoli. Nel nome della concorrenza, università solo formalmente pubbliche verrebbero divise tra centrali e periferiche, le prime più care e meglio fornite, le seconde marginali ma meno costose. Unita all’attuale selezione di classe, che pone fortissimi sbarramenti economici anche solo per terminare il percorso di studio della laurea triennale, una tale divisione in università pubbliche di serie A e B impedirebbe ai figli dei lavoratori l’accesso alla migliore istruzione, permettendo nella migliore delle ipotesi un difficoltoso accesso alle università meno dotate. Priva di equiparazione, la loro laurea varrebbe meno. Da qui a privatizzare le università pubbliche più capaci di finanziarsi, il passo sarebbe breve. Il ministro Profumo trasformerebbe un altro sogno in desiderio: quello di avere solo università per i figli della classe dominante, in grado di replicare la borghesia per le generazioni future, lasciando ai figli degli operai un destino in fabbrica senza appello. Allo stesso tempo, consegnerebbe interamente l’istruzione al mercato, facendone dipendere gli sviluppi dalla capacità di reperire capitale.

Nulla cade dal cielo

Negli ultimi vent’anni le controriforme dell’istruzione sono andate nella direzione di dividere gli studenti su basi di classe come prerequisito per dividere le università con lo stesso criterio. Già più di 10 anni fa, spiegavamo che la divisione del percorso di studi in laurea triennale e in laurea magistrale costituiva una divisione ideale tra chi era in grado di permettersi i costi di un corso di studio completo e chi no. Nella divisione tra triennalisti e non, era implicita l’idea di una laurea senza valore per i figli dei lavoratori, da immettere il più rapidamente possibile nel mercato della forza lavoro, e una laurea più completa da restringere anno dopo anno a suon di aumenti delle tasse e numeri chiusi.

Oggi non c’è sondaggio che smentisca questa interpretazione. Tutti i dati sui risultati della riforma Zecchino vengono ora usati dalla borghesia per aprire il dibattito sull’abolizione del valore legale del titolo di studio. Recentemente è stato pubblicato uno studio della Fondazione Agnelli che trae un bilancio statistico di dieci anni di controriforma Zecchino. Si fa notare come siano aumentati i laureati, da 161mila del 2000 ai 208mila del 2010; si indica come si sia abbassata l’età di laurea da 28,4 a 27 anni. Fin qui, tutto bene.

I guai cominciano quando si comparano i dati dei triennalisti con quelli dei diplomati: nel 2005 un laureato prendeva un salario più alto di un diplomato del 25% circa; nel 2007, con la prima immissione di triennalisti nel mercato del lavoro, la forbice è scesa drasticamente al 7%, confermando come la laurea triennale non valga più di un diploma e come gli studenti siano divisi su basi di classe in base alla laurea che riescono a conseguire.

Per capire quanto la riforma Zecchino sia stata utile nello smantellare l’università pubblica è sufficiente analizzare il dato successivo: negli ultimi 7 anni le immatricolazioni sono calate dal 56% al 47% dei diplomati. Il motivo è semplice: privare una famiglia di lavoratori di uno stipendio potenziale per altri tre anni non è più possibile ed è quindi meglio andare subito a lavorare.

La Fondazione Agnelli conclude candidamente il proprio studio sulla necessità di mantenere la riforma Zecchino, separando nettamente e definitivamente la laurea triennale dal biennio specialistico, che sarebbe mantenuto solo per alcuni corsi di laurea, in poche università e strettamente a numero chiuso. L’abolizione del valore legale del titolo di studio, a quel punto, diverrebbe praticamente la ciliegina sulla torta su una situazione ben consolidata, con università di serie A dotate dei corsi specialistici e università di serie B con le sole lauree di base e prive di ricerca, dato che la ricerca è possibile solo sulla base della laurea specialistica.

Dobbiamo fermarli!

La controriforma Berlinguer – Zecchino poteva essere attuata solo sulla base dell’introduzione dell’autonomia scolastica e universitaria, a sua volta varata pochi anni prima dal governo di centrosinistra nel 1997. L’autonomia di cui godevano le università era quella finanziaria ed accademica: veniva sancito il legame col mercato che qualche anno dopo sarebbe stato tradotto nella divisione del corso di laurea.

Le controriforme dell’istruzione sono tutte legate tra loro perché rispondono all’esigenza dei padroni di farla finita con la scuola pubblica. Dal punto di vista della borghesia spendere soldi per istruire i propri lavoratori è un enorme spreco: è ben più profittevole un sistema dove siano loro a decidere chi può avere accesso all’istruzione. Dal loro punto di vista avere lavoratori istruiti, capaci di conoscere ed elaborare i propri diritti e di spiegarli ad altri lavoratori rappresenta solo un problema. Non devono trovare posto nella Fabbrica Italia di Marchionne, di Caprotti (padrone di Esselunga, ndr) o di qualsiasi altro padrone.

È esattamente per questi motivi che tali controriforme non possono essere modificate: vanno abrogate completamente tornando a un adeguato finanziamento pubblico e a un ciclo unico di studi. I padroni sanno già cosa fare del 3+2, esattamente come sanno cosa fare del valore legale del titolo di studio: incrementare il primo per distruggere il secondo.

Allo stesso tempo queste controriforme non incontreranno alcuna opposizione in parlamento perché in parlamento siedono tutti gli attori e i firmatari di questi attacchi. Dal Pd all’IdV sono stati tutti in prima fila nel dare il proprio contributo allo smantellamento dell’istruzione pubblica, chi in passato firmando direttamente le leggi, chi sostenendo le privatizzazioni, chi sostenendo il governo Monti.

Il movimento studentesco del nostro paese va riorganizzato attraverso un programma e una struttura all’altezza di questo scontro. Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a lotte tanto coraggiose quanto impotenti di fronte alla capacità di resistenza del governo. Paradossalmente, questa è la lezione più preziosa per tutti quegli studenti che non si rassegnano allo stato di cose presenti. Se legate da un metodo democratico (in cui sono gli studenti a discutere dei programmi, degli obiettivi dei cortei e delle occupazioni e dei metodi di costruzione), le lotte possono saldarsi in modo genuino con quelle dei lavoratori e bloccare il paese. Le rivendicazioni possono unirsi in un’unica piattaforma perché i lavoratori lottano per lo stesso futuro per cui si battono i loro figli.

Cominciamo col preparare il corteo NoDebito di marzo attraverso la costruzione di Comitati per difendere la scuola pubblica. Organizziamoci e lottiamo, per conquistarci un futuro.

Emanuele Cullorà  

 

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