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Un oceano di differenze (da colmare)

Lezioni dal Cile per il movimento italiano

L’estate appena trascorsa ha visto l’esplosione del movimento studentesco cileno. Se è normale che la stampa non dedichi particolare attenzione a questo movimento, è un peccato che non lo facciano neanche le strutture studentesche italiane, visti i tanti insegnamenti che ci consegna. Proviamo con questo articolo a colmare almeno parzialmente questa lacuna.

Lo scorso maggio il governo di destra cileno ha annunciato di voler attuare una riforma dell’istruzione. Il sistema scolastico e universitario in Cile è ancora lo stesso dai tempi di Pinochet: l’istruzione sia pubblica sia privata è finanziata in virtù del numero di studenti dallo Stato, che copre però solo un quarto dei costi. Il rimanente viene coperto dalle municipalità, che di conseguenza per reperire fondi sono costrette ad aumentare le rette e le tasse d’iscrizione da un lato e a stipare come sardine più studenti possibile in aule sovraffollate dall’altro.

La proposta governativa di riforma, invece di risolvere questo problema, va nella direzione di istituire delle scuole e delle università speciali, con maggiori finanziamenti, riservate agli studenti migliori; ritroviamo in questa proposta quello stesso concetto di “meritocrazia” che, anche in Italia, si traduce in realtà in selezione su base anzitutto economica: è ovvio che chi non può permettersi di andare in una struttura privata e si ritrova in una classe-pollaio con più di 40 alunni difficilmente riuscirà ad essere uno studente modello.

Qualora ci riuscisse si troverebbe comunque nella situazione di doversi indebitare con le banche, che godono di una legislazione speciale, per potersi pagare gli studi: secondo le statistiche, in Cile, per ogni 100 dollari di costo per l’educazione, 84 sono a carico degli studenti e delle famiglie. Viene da chiedersi dopo quanti esami il figlio di un operaio sarà obbligato ad abbandonare l’università o, per usare un linguaggio diverso, dopo quanto saranno selezionati i “meritevoli”, in una sorta di legge della giungla applicata all’università.

Contro questa situazione sono nate le lotte. Le rivendicazioni degli studenti non si sono orientate a chiedere corsi autogestiti dagli studenti, oppure che lo Stato dia una sorta di stipendio ai giovani per pagarsi gli studi, come spesso sentiamo proporre in Italia. Al contrario hanno rivendicato fin dall’inizio che lo Stato torni a finanziare interamente l’istruzione pubblica, ponendo fine alla logica della municipalizzazione, del lucro e della selezione su base economica di chi deve studiare e di chi no; tagliando al contempo i finanziamenti alle strutture private e utilizzando i proventi del rame, risorsa del paese, per finanziare quelle pubbliche. Questa è una prima lezione: l’istruzione è un diritto, e come tale dobbiamo chiedere che sia garantito a tutti gratuitamente dallo Stato, non palliativi che lasciano intatto l’impianto della selezione di classe.

Un’altra importante lezione va ricavata dalla capacità del movimento cileno di organizzare mobilitazioni incisive ed efficaci. Da maggio ad oggi si sono avute più di 20 marce e manifestazioni degli studenti lungo tutto il Cile, a cui si univano di volta in volta in sciopero i lavoratori del settore pubblico, dei trasporti e del rame, per giungere allo sciopero generale del 24-25 agosto.

Ma com’è possibile che ovunque gli studenti in Cile protestino con le stesse rivendicazioni e coordinandosi non solo tra loro ma anche con i lavoratori? Forse sono telepatici o hanno dei superpoteri?

Assolutamente no, sono semplicemente organizzati in una struttura nazionale, la CONFECH, che riunisce in maniera federativa le 30 università del Cile, le cui direzioni sono elette democraticamente università per università; le riunioni di ciascuna federazione, calendarizzate a inizio anno e stabili, sono aperte a tutti gli studenti e le risoluzioni delle discussioni di base vengono riportate alla CONFECH, dove le decisioni sono prese in assemblee plenarie aperte che si tengono periodicamente, a cui partecipano i membri dei direttivi delle federazioni.

La discussione in Cile non è fatta da una piccola cerchia di capetti alle spalle degli studenti, come troppo spesso avviene in Italia: gli studenti cileni parlano, discutono democraticamente e in base a quanto deciso si mobilitano. Non sarà certo un caso che la struttura nazionale esiste stabilmente da più di 10 anni e non sarà certo un caso che le proteste, iniziate in maggio, abbiano superato anche la pausa estiva, mentre da noi in questi anni il movimento non è sopravvisuto neanche alla pausa invernale.

La lezione che arriva dal Cile insegna che se gli studenti vogliono vincere, e secondo i sondaggi il 76% dei cileni ritiene che gli studenti stiano vincendo, devono avere chiaro anche questo: senza una direzione trasparente, democratica e sotto il controllo della base non si va da nessuna parte. O meglio, si finisce col fare manifestazioni partecipate in cui però i partecipanti non hanno chiaro per cosa si manifesta e cosa si rivendica, proporio perché non ci sono dei punti comuni, discussi e decisi da tutto il movimento. Fuori da questo processo democratico il rischio è quello di diventare di fatto massa di manovra per tutti quei leaderini che, fra un proclama e l’altro, nella confusione generale, poco confusamente pensano al proprio vantaggio personale e che magari in assemblea continuano a ripetere che rifiutano l’organizzazione perché sono democratici, così democratici che per permettere a loro stessi di ripetere sempre le stesse cose censurano chi la pensa diversamente.

Altro punto fondamentale: l’unità con i lavoratori è stata cercata dal primo momento. Camila Vallejo, presidentessa della federazione degli studenti dell’università del Cile, 3 giorni dopo l’annuncio della riforma dell’istruzione ha incontrato i dirigenti sindacali della CUT e si è stabilito di mantenere dei legami e coordinarsi tra le due organizzazioni, sostenendo che i problemi degli studenti riguardano anche i loro genitori lavoratori.

Unirsi con i lavoratori risulta di fondamentale importanza nella lotta, in quanto sono loro a poter bloccare il paese con lo sciopero; detto questo, gli studenti possono dare un importante contributo e attuare forme di lotta radicali e incisive. Bisogna però pensare all’incisività reale, e non alla visibilità simbolica: le uova contro una banca difficilmente fermeranno la speculazione finanziaria.

Allo stesso modo bisogna pensare agli effetti anche delle azioni che, a prima vista, possono sembrare più “radicali”. Prima e dopo 15 ottobre in Italia molti si sono posti la domanda di come rendere incisive le manifestazioni, arrivando in alcuni casi a teorizzare e difendere lo sfascio di vetrine e gli incendi di auto e pompe di benzina, accusando chi non condivide e critica queste pratiche come dei moderati, servi del potere o addirittura nemici del movimento.

Ebbene, casi di incendi di pompe di benzina e di incappucciati che sfasciavano vetrine si sono visti anche in Cile e chi era in piazza li ha affrontati e respinti; sono forse considerabili anche loro dei servi del potere? Chi da oltre sei mesi scende in piazza, organizza scioperi e lotta contro un governo liberista è un moderato perché invece di accanirsi contro una vetrina colpisce al cuore il sistema?

Nella scorsa settimana un gruppo di studenti ha occupato per qualche ora il Senato, durante la sessione della commissione per l’educazione, rivendicando il plebiscito sull’istruzione pubblica e gratuita; l’occupazione, che si è conclusa poi con l’arresto di questi e la repressione degli studenti che hanno provato ad impedire alla polizia di entrare in Senato, ha visto la particolare reazione del presidente del Senato, che ha chiesto al ministro dell’interno di non far intervenire la polizia per fermare gli occupanti, invano, attirandosi per giunta le critiche dal ministro dell’istruzione Bulnes, che ha avuto parole di fuoco contro il presidente del Senato stesso, Girardi, e contro gli studenti.

L’esitazione, probabilmente dovuta al non voler gettare benzina sul fuoco di un movimento che mette in discussione l’intero sistema economico, da parte di Girardi, ci lascia un altro messaggio: quando le lotte esprimono una grande forza, gli esponenti del potere politico ed economico si dividono sulla tattica da seguire su come fermarle. Qualcuno dice che bisogna reprimere con durezza, altri che bisogna fare delle concessione e tenere una linea morbida per non provocare una risposta ancora più dura.

Insomma, siamo abituati all’azione che i poteri dominanti, economici e politici, mettono in opera per spaccare gli studenti dai lavoratori, gli immigrati dagli italiani, i precari dagli altri lavoratori e così via: vediamo qui come invece quando si trova la vera unità, quella nella lotta, si mette in campo una forza che provoca invece spaccature proprio nella classe dominante.

Per trovare la vera unità, però, bisogna sapere di chi fidarsi e di chi no. Questa è l’ultima lezione che proponiamo in queste righe. Il centrosinistra cileno ha ereditato il sistema di Pinochet, la dittatura non c’è più, ma le basi economiche e sociali sono rimaste le stesse.

Infatti già nel 2006 gli studenti scesero in piazza reclamando un’istruzione pubblica, gratuita e di qualità ma il governo si limitò a concedere degli sconti sul costo del trasporto pubblico (risultato comunque invidiabile per gli studenti milanesi che oggi si vedono aumentato il biglietto del trasporto pubblico urbano del 50% …dal centrosinistra)

Oggi uno degli slogan più diffusi in Cile è “non vogliamo riformare il sistema, vogliamo cambiarlo”, quanta saggezza! Capiscono che se il centrosinistra, che in Cile si chiama Concertacion, fa le stesse cose della destra non è un’alternativa. In Italia invece spicca la miopia (o malafede?) dei vari Casarini&Co., che parlano agli studenti come se li stessero preparando alla rivoluzione, e poi rischi di ritrovarteli in una lista di SEL, allineati per realizzare un nuovo centrosinistra benedetto da Draghi.

Prendiamo gli appunti necessari, allora, dalla lotta cilena, perché è quanto mai urgente che posizioni e metodi adeguati diano le armi giuste anche a quella italiana. Al posto di sfasciare vetrine organizziamo scioperi e picchetti nei luoghi di produzione! Al posto di subire la repressione poliziesca e prenderle dotiamoci di servizi d’ordine nei cortei! Al posto di illuderci che qualche politico riformista possa risolvere i nostri problemi facciamo si che siamo noi, studenti e lavoratori, a risolverli organizzati insieme!

Alessio Leo (Collettivo Pantera – Csu Milano)

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