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Perchè noi non ci sentiamo in debito

Dalla Spagna alla Grecia, dall’Islanda agli Usa, sono anni che ci arrivano notizie inquietanti su paesi che hanno debiti pubblici allarmanti. Paese dopo paese, il “rischio bancarotta” (o “rischio default”) è la ragione per cui governi di centrodestra o centrosinistra approvano dei piani economici di grandi sacrifici per la popolazione. Oggi è arrivato il turno dell’Italia. Il debito pubblico è eccessivo, ci dicono, e servono tagli e sacrifici per ripagarlo. E allora ci siamo chiesti: è tutto vero?

La prima domanda potrebbe essere: possibile che non ci sia un modo migliore per trovare i soldi per pagare il debito? In effetti mentre si tagliano stipendi dei dipendenti pubblici, pensioni, istruzione pubblica, sanità, la spesa militare è stata pari a 27 miliardi di euro solo nel 2010. Si sono spesi quasi 700 milioni di euro per la guerra in Libia. La TAV, da ora al 2024, ci costerà l’impressionante cifra di 435 miliardi di euro. Una tassa patrimoniale dell’1% sulle grandi rendite reperirebbe soldi pari all’ultima manovra del Governo Berlusconi. Il problema è che anche queste risorse non basterebbero a sostenere i costi del debito, come vedremo dopo.

La seconda questione però dovrebbe essere: ma chi ha creato questo debito?

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L’idea comunemente diffusa è che il debito pubblico sia creato dagli sprechi dello Stato o dall’eccessiva spesa per lo stato sociale. In verità il debito pubblico è creato dal capitale privato. E’ il risultato del meccanismo continuo di sussidio da parte dello Stato per coprire squilibri e contraddizioni del capitalismo. Solo la Fiat, ad esempio, ha ricevuto in 30 anni, tra il 1975 ed il 2005, fondi statali sotto varie forme pari a quasi 200 miliardi di euro. Lo Stato fornisce mercato a una quantità enorme di aziende private attraverso le grandi opere, la spesa militare e varie altre commesse. Oltre a questo ogni anno lo Stato fornisce in media 5 miliardi di Euro a fondo perduto alle aziende. Pensiamo a come funziona la sanità in una Regione considerata “avanzata” come la Lombardia: la sanità è stata largamente affidata ai privati (leggi Compagnia delle Opere e Comunione e Liberazione) in nome del “risparmio” e dell’ “efficienza”. Eppure la Regione spende il 72% del proprio bilancio (16 miliardi) per la sanità, i quali in grossa parte vanno a pagare il sistema privato ! Oltre a questo i cittadini in Lombardia sono costretti a sborsare 6 miliardi di euro per cure sanitarie pagate direttamente ai privati.

Ma perché questo problema è esploso proprio adesso? La crisi del capitalismo ha fatto fallire migliaia di imprese e ha portato sull’orlo del fallimento anche colossi industriali e finanziari. Per scongiurare questo rischio, i governi hanno approvato dei piani di salvataggio altrettanto colossali. Usando quali soldi? I soldi degli Stati (accumulati grazie alle nostre tasse), che venivano regalati alle banche in crisi. Ora, guarda caso, sono gli Stati a rischiare il fallimento. Si è trattato di un enorme trasferimento dal debito privato al debito pubblico. Complessivamente, dal Febbraio 2007 ad oggi, sono stati già spesi 21 mila miliardi di dollari, secondo un rapporto incrociato del Fondo monetario internazionale (Fmi) e dell’ Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo internazionale (Oecd), e lo stesso Fmi ha già annunciato all’inizio di Settembre che serviranno presto altri 200 miliardi di Euro per ricapitalizzare le banche dell’UE. Sono cifre veramente esorbitanti!

Terzo problema: lo Stato ripaga ciò che ha preso in prestito o di più? Molto, ma molto di più. Perché quando lo Stato si indebita, prende a prestito soldi dal sistema bancario privato, lo Stato, quindi, oltre ai soldi presi in prestito, deve pagare gli interessi sul prestito. Infatti il deficit del bilancio statale è creato dagli interessi da pagare sul debito: si tratta di una cifra che oggi oscilla tra 70 e 80 miliardi di Euro all’anno. Sono soldi che lo Stato non ha mai visto e mai vedrà, ma deve pagare alla finanza internazionale.

La domanda è semplice: la finanza internazionale ha interesse ad azzerare il debito dello Stato, o piuttosto a mantenerlo per fare profitti continui?Aggiungiamo anche che, più uno Stato è “a rischio”, più sono alti gli interessi che deve pagare per chiedere altri soldi (con cui pagare gli interessi precedenti). Quindi, aumentano i soldi che deve dare alle banche. Ma chi decide se uno Stato è “a rischio”? Le agenzie di Rating (Moody’s, Standard & Poor’s), cioè il mercato stesso! È quello che si dice un circolo vizioso.

Ma allora, come facciamo a raggiungere questo famoso pareggio di bilancio? Semplice, non ce la facciamo. Il cosiddetto “pareggio di bilancio” – non a caso raggiunto solo nel…1876 ai tempi di Quintino Sella!-è in realtà un attivo sufficiente a pagare tutte le spese pubbliche e contemporaneamente garantire gli interessi alle banche. Le stesse banche a cui lo Stato è venuto in aiuto con una marea di fondi pubblici per coprire i buchi della Finanza! Dagli anni ’70 ad oggi, possiamo quasi stabilire una regola: più è stato tagliato lo stato sociale, più si è privatizzato, più il debito pubblico è andato aumentando. Il debito pubblico era del 102% nel ’91 ed è oggi al 120% del Pil (Prodotto Interno Lordo, ovvero l’indicatore del valore complessivo dei beni e servizi prodotti all’interno di un Paese). Eppure da allora si è tagliato tutto e si è privatizzato tutto: pensioni, scuole, posti di lavoro, servizi ai disabili, trasporto, smantellando di fatto gran parte dello stato sociale.

Eppure chiedono ancora sacrifici. Ma cosa ci resta da dare? Poco, se pensiamo alle condizioni di vita dei giovani e lavoratori italiani. Siamo attaccati su tutti i fronti, sia in entrata che in uscita. Dopo aver smantellato definitivamente il diritto allo studio, attraverso il processo di privatizzazione della scuola e dell’università, portato avanti dalle contro-riforme degli ultimi 20 anni (dalla Zecchino Ber-linguer alla Gelmini), il nostro futuro è più incerto del nostro presente grazie alla demolizione del Contratto Collettivo Nazionale di lavoro da parte del Governo e dei padroni di questo paese. Secondo Eurostat in Italia ogni 100 giovani (in età compresa tra i 15 e i 24 Anni) ne contiamo ben 20 che non hanno un lavoro. Per effetto del Pacchetto Treu del 1997 (approvato durante un governo di centro-sinistra) e della Legge Biagi del 2003 (approvata durante un governo di centro-destra), oggi la disoccupazione è salita fino a raggiungere il 29,7%.

Per quel che riguarda il dramma della precarietà, e del lavoro cosiddetto “atipico”, non è solo una questione “generazionale”, essa infatti colpisce uomini e donne di tutte le età. È difficile fare una stima precisa di quanti preca-ri ci siano affettivamente (per la quantità spa-ventosa di svariati tipi contratti a tempo determinato), ma se calcoliamo (leggendo i dati Istat e Inps) il numero di lavoratori a termine involontari, i collaboratori in subordinazione e gli individui non più occupati perché hanno concluso un contratto temporaneo, possiamo affermare che la precarietà coinvolge in Italia 3.757.000 persone, e una su quattro non è occupata con un’incidenza sul totale dell’occupazione del 12,2 %. A tutte queste “belle percentuali” dobbiamo aggiungere quella del lavoro nero (cioè senza diritti sindacali e ultra sottopagato) che coinvolge, principalmente nel mezzogiorno, circa tre milioni di persone.

Ma l’ingiustizia di classe in questo paese non finisce qui, se pensiamo alle differenze che ci sono ancora oggi nel mercato del lavoro tra donne e uomini a parità di titolo di studio: le lavoratrici percepiscono salari più bassi, per non parlare della condizione di ricatto che su-biscono in maternità da parte dei padroni. Certamente tra i giovani lavoratori più sfruttati ci sono gli immigrati, l’anello più debole della classe, colpito duramente da leggi xenofobe e razziste come la Turco-Napolitano e la Bossi-Fini. I salari in Italia restano tra i più bassi in Europa, dall’inizio della crisi ad oggi sono stati persi oltre 400 mila posti di lavoro, sono state fatte più di 3,1 miliardi di ore di Cassa Integra-zione dall’inizio della crisi (secondo la CGIL). L’ultima finanziaria del Governo Berlusconi è solo la goccia che fa traboccare il vaso, rimangono “le briciole” da dividere tra poveri.

E allora cosa ci possono chiedere ancora? Anche se i sacrifici sono già tanti, non sottovalutiamo la violenza degli attacchi che ci possono ancora rivolgere contro. L’età pensionabile può essere alzata sempre di più, fino a far scomparire di fatto la pensione, i salari possono essere arbitrariamente abbassati e i licenziamenti di massa sono all’ordine del giorno: una dimostrazione sono i 30 mila lavoratori statali appena licenziati in Grecia, per effetto delle politiche di austerità, ma nel resto del continente la situazione non è certo rosea, se consideriamo che oggi ci sono circa 85 milioni di cittadini europei che vivono sotto la soglia di povertà. La scuola è a pezzi, ma se l’intero sistema scolastico e universitario venisse privatizzato, i costi per le famiglie esploderebbero. Basti pensare che in Cile il movimento studentesco si batte anche contro il fatto che gli stu-denti abitualmente si indebitano con le banche per pagarsi gli studi e ci mettono anche 20 anni per pagare i debiti.

In molti paesi non esiste un Servizio Sanitario Nazionale come quello italiano. Privatizzarlo, come vorrebbe la classe dominante, vorre-be dire che se stai male ma e non hai soldi per pagare, puoi morire fuori dalle porte di un pronto soccorso senza che nessuno faccia niente. Arriviamo quindi al punto. Tutte le politiche che derivano dal “problema del debito pubblico” mirano a un obiettivo: alzare il livello dei profitti di pochi padroni, banchieri, alti burocrati dello Stato; parallelamente alzare sempre di più il livello dei sacrifici dei lavoratori, degli studenti, dei disoccupati, dei precari, dei pensionati. Il debito è concepito per questo, non può portare ad altro. Per questo diciamo che non si tratta di come pagare il debito, ma di smettere di pagarlo. Questo debito è già stato pagato mille volte. E contemporaneamente su basi capitaliste, non sarà mai ripagabile. Lo Stato dovrebbe garantire il pagamento dei titoli di Stato solo ai piccoli risparmiatori, comunicando invece alla grande finanza di non essere disposto a garantire il loro gioco da strozzini.

É tempo di mettere in discussione i trattati internazionali, nel momento in cui questi diventano un ricatto per tutti noi. L’Unione Europea è il paravento istituzionale di un accordo per difendere gli interessi delle banche e delle imprese, non possiamo farci false illusioni sui termini “integrazione” o “cooperazione sociale” tra i popoli, non ci sarà mai giustizia sociale per i giovani e i lavoratori europei nell’ambito delle compatibilità con il capitalismo. Qualcuno si domanda dove andrebbero i soldi statali se ci rifiutassimo di pagare il debito, colpendo esclusivamente la speculazione internazionale e non i risparmi delle famiglie. Nulla di più semplice, il frutto del lavoro vada a beneficio dei lavoratori e dei giovani, finanziamo la scuola, la ricerca, la sanità e il trasporto pubblico. Ogni azienda in crisi venga espropriata e nazionalizzata sotto il controllo democratico dei lavoratori, liberando la produzione dalla logica del profitto e legandola ai bisogni sociali. Questo vale anche per le banche, anch’esse vanno necessariamente nazionalizzate per porre fine una volta per tutte al sistema di speculazione su cui si basa il capitalismo e per cui è scoppiata la crisi, le risorse finanziare vanno messe a disposizione delle necessità collettive.

IL DEBITO LO PAGHINO PADRONI E BANCHIERI!

ORGANIZZATI E LOTTA CON NOI PER:

Rifiuto di pagare il debito pubblico alle banche e agli speculatori, nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori delle banche e delle aziende in crisi.

Difendere la scuola e l’università pubblica. Abrogazione di tutte le controriforme dall’autonomia scolastica e universitaria in poi (3+2, riforma Moratti, riforma Gelmini). Raddop-pio immediato dei fondi per l’istruzione. Nessun finanziamento alle scuole private e cancellazio-ne delle agevolazioni fiscali al Vaticano.

Abolire la precarietà sul lavoro. Conquistare veri contratti nazionali che tutelino i salari e le condizioni di lavoro. No alla manovra del governo, ritiro della firma della Cgil dall’accordo del 28 giugno.

Dimezzamento della spesa militare. Uscita dell’Italia da tutte le missioni militari, fra cui Afgha-nistan e Libia. Uscita dell’Italia dalla Nato, chiusura delle basi Nato in Italia.

Lotta dura fino alla caduta del marcio governo Berlusconi. No a governi con nomi diversi ma che fanno le stesse cose.

 

 

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