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Indignados-la lotta non ha confini

Si è parlato tanto del movimento degli Indignados. Qualcuno lo considera la soluzione di ogni problema della sinistra politica, altri lo considerano la conferma di teorie moltitudinarie che seppelliscono la lotta di classe classicamente intesa, altri ancora lo ridimensionano a una protesta contro la corruzione del sistema politico. Per noi questo movimento conferma anzitutto una cosa: a fronte dell’op-pressione di questo sistema, a fronte dello sfruttamento, dell’immiserimento delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione per i profitti di pochi, le lotte sociali sono qualcosa di inevitabile, e se non hanno un canale già pronto in cui esprimersi se lo scavano da sé. Non è un caso che, dopo essere nato in Portogallo, sia esploso in Spagna, un paese in cui la crisi ha maturato le sue conseguenze in modo brusco e repentino: la speculazione che aveva trascinato per anni l’economia spagnola si è trasformata rapidamente nel suo opposto, con una pesante crisi, il tasso di disoccupazione più alto d’Europa, sopra il 20% (e quella giovanile quasi al 50%), più di un milione di case vuote e contemporaneamente le famiglie strozzate dai mutui. Alla crisi economica il governo ha reagito seguendo le indicazioni del Fondo monetario internazionale e della Banca centrale europea: salvando le banche, drenando i fondi pubblici a favore dei capitalisti del paese, trasferendo così il peso dei debiti dagli speculatori privati allo Stato. Per sostenere questo debito l’inevitabile mossa successiva è stata quella che vediamo ripetuta ormai ovunque: ridurre i salari dei dipendenti pubblici, tagliare i servizi, innalzare l’età pensionabile. La reazione popolare contro questi piani era scontata. Ma non aveva una traduzione naturale in un cambio di maggioranza parlamentare, visto che al governo non c’è la destra, ma il partito socialista. I governi di centrosinistra sono da sempre un’utilissima risorsa per le borghesie nazionali quando c’è da chiedere sacrifici ai lavoratori. Quale strumento migliore dei partiti che per tradizione sono visti come rappresentanti degli strati più deboli della popolazione, che hanno nei propri programmi riferimenti alla giustizia sociale, che godono di collegamenti privilegiati con le direzioni dei sindacati, che possono chiedere la pace sociale, spiegando che oggi i sacrifici sono inevitabili ma che domani si ricorderanno di chi li ha fatti? Peccato che questo oggi abbia la tendenza a diventare un sempre, e che il domani che preparano questi governi sia tendenzialmente il ritorno della destra al governo. La Spagna non fa eccezione: le ultime elezioni hanno segnato la perdita di 4 milioni e mezzo di voti per il Psoe, e un avanzamento percentuale del Pp. Eppure non si possono definire una vittoria della destra. Piuttosto, il milione di schede nulle e bianche testimoniano la scarsissima fiducia nei confronti dell’intera politica istituzionale. “No nos rapresentan”, non ci rappresentano, è uno degli slogan del movimento, che vede nel bipolarismo Psoe-Pp la difesa degli stessi interessi di banchieri, capitalisti e speculatori. “Culi diversi, stessa merda”, come recitava un colorito cartello nella piazza di Madrid. Al di là delle formule, il concetto è più che corretto, ed una costante della cosiddetta “democrazia occidentale”, una democrazia in cui, ricordava Lenin già nel 1917, “agli oppressi è permesso di decidere, una volta ogni qualche anno, quale fra i rappresentanti della classe dominante li rappresenterà e li opprimerà in Parlamento”. E così la vera voce delle vittime spagnole della crisi non si trovava in quei giorni nelle urne, ma nelle piazze, presidiate in forma permanente dal 15 maggio, quando più di 150mila persone hanno sfilato in 40 diverse città rivendicando “democrazia reale ora!”.

 Quale democrazia reale?

La rivendicazione della democrazia reale ha subito galvanizzato personaggi come Grillo nel rivendicare la vicinanza di quel movimento alle proprie posizioni. La cosa però fa sinceramente sorridere. La richiesta di una reale democrazia degli Indignados non è una rivendicazione formalista, che si risolve in qualche regoletta sulla composizione parlamentare, ma uno slogan che riassume tutto un insieme di lotte sociali contro le politiche di austerità. Scorrendo il programma del movimento, troviamo rivendicazioni che confliggono frontalmente con il sistema economico e politico: nazionalizzazione sotto controllo sociale delle banche in crisi, riduzione dell’orario di lavoro fino al raggiungimento della soglia del 5% di disoccupazione, riduzione dell’età pensionabile a 65 anni senza possibili aumenti, ritorno del sussidio di disoccupazione di 426 euro al mese, requisizione statale degli alloggi sfitti costruiti in stock per metterli a disposizione con affitto calmierato, consultazioni referendarie per tutte le misure importanti e per quelle proposte dalla Ue, riduzione della spesa militare.

Non parliamo di qualche pacato consiglio fatto al governo su come amministrare la crisi, ma di richieste che sono incompatibili con qualsiasi gestione economica che resti nei binari del capitalismo. Richieste che emergono in maniera naturale e che trovano ampio sostegno da parte della popolazione, visto che secondo un recente sondaggio de El Pais il movimento gode dell’appoggio dell’80% della popolazione spagnola.

Senza una sponda istituzionale, il movimento si è rimboccato le maniche e ha creato organizzazioni parallele come la Plataforma de afectados por hipoteca, che si occupa dei presidi contro gli sfratti per mancato pagamento dei mutui. In più di un’occasione gli ufficiali giudiziari e la polizia sono stati respinti e si è impedito che famiglie intere restassero per strada perchè non potevano pagare le banche.

Sempre a proposito di conclusioni che si raggiungono naturalmente, con la lotta si sono superati i pregiudizi razzisti con cui da sempre la classe dominante tenta di spaccare i lavoratori. Per citare un esempio, a Lavapiès, quartiere multietnico di Madrid, un’assemblea del movimento è riuscita ad impedire l’arresto di un africano (secondo versioni diverse privo del biglietto della metro o dei documenti) accorrendo al grido di “nessun essere umano è illegale”.

Autorganizzazione e metodi di lotta

Dopo la manifestazione del 15 maggio, per settimane migliaia e migliaia di persone hanno riempito le piazze spagnole dimostrando quanto sia grande la capacità di autorganizzazione delle masse quando entrano in gioco: assemblee quotidiane con interventi aperti a tutti e votazione dei punti politici e delle azioni da intraprendere, commissioni informatiche per aggiornare tutti sulle discussioni e gli sviluppi della lotta, cucine autogestite, squadre di pulizia, addirittura piccole biblioteche, angoli gioco per i bambini e traduzioni simultanee delle assemblee per i non udenti.

La connessione di queste lotte, nazionale e internazionale, è sempre più marcata, e le nuove tecnologie informatiche danno un importante aiuto in questo senso: convocazioni istantanee, comunicazioni rapide, controinformazione che possono fare tutti e di cui possono fruire tutti. Blog e social network si sono confermati strumenti molto utili, a patto che non siano presi come la soluzione di ogni problema politico e organizzativo.

La determinazione dei presidianti ha impedito in più occasioni lo sgombero della polizia, che ha attaccato con lacrimogeni, calci e manganelli ma nulla ha potuto contro una marea umana che resisteva pacificamente, e quando è poi riuscita a sgomberare una piazza si è trovata il doppio della gente il giorno dopo. Sempre che ce ne fosse ulteriore bisogno, il movimento ha così appreso qual è la reazione dello Stato contro chi mina la stabilità dei privilegi: la violenza. Una lezione sempre utile, che sarà da ricordare quando lo scontro si porrà su un piano più alto e la resistenza non potrà essere più solo passiva. Basta pensare alle piazze greche per rendersene conto.

Oltre a lottare, vincere

Restano però dei nodi irrisolti. La radicalità espressa dal movimento, le rivendicazioni avanzate, il presidio permanente come “città nella città”, embrione di autorganizzazione alternativa al sistema si scontrano frontalmente con lo stato di cose esistente. Chi lo amministra, economicamente e politicamente, non può fare concessioni, quindi farà tutto il possibile per stroncare le lotte. Ci si deve preparare per contrapporre una forza reale in grado di vincere lo scontro. Il collegamento con il movimento operaio organizzato non è più rinviabile. Sbaglia chi definisce gli Indignados come un movimento generazionale, fatto solo da studenti: in piazza abbiamo visto sì studenti, ma anche lavoratori, pensionati, disoccupati, famiglie. Il sostegno popolare, l’abbiamo detto, è ampio. Ma ora è necessario che dalla solidarietà si faccia un salto di qualità: solo lo sciopero può bloccare il processo produttivo colpendo gli interessi economici, solo i lavoratori possono prendere nelle proprie mani non solo una piazza ma l’intero sistema. La parola rivoluzione non è più un tabù, anzi. Ora si tratta di capire che rivoluzione si vuole e come farla.

In quest’ottica non si può ignorare il problema dell’organizzazione politica e sindacale. Le direzioni sindacali spagnole dopo aver convocato lo sciopero a settembre, hanno firmato la controriforma delle pensioni. Izquierda unida ha avuto un atteggiamento ambiguo nei confronti del Psoe. Il discredito di cui godono le organizzazioni politiche ha portato il movimento a stabilire che gli attivisti di partito possono intervenire in assemblea, ma solo a titolo personale e senza dichiarare l’organizzazione di cui fanno parte. Questo però non risolve il problema: anzi, impedisce a chi non è “del giro” di farsi un’idea chiara delle posizioni in campo, ma non impedisce accordi sottobanco.

Una direzione compromessa non toglie la necessità del dotarsi di un’organizzazione. È molto positivo che un punto del programma degli Indignados chieda “meccanismi efficaci che garantiscano la democrazia interna ai partiti politici”. Non sono quindi i partiti in sé il problema (come sentiamo ripetere da tante parti, spesso da chi fino all’altro ieri era un dirigente di partito e poi si è riciclato nel “movimento”) ma il fatto che non siano posti sotto il controllo della base.

Il punto è allora riappropriarsene e renderli ciò che devono essere: non comitati elettorali per cordate istituzionali ma strumenti di organizzazione e lotta per i settori avanzati della classe lavoratrice, che aiutino il movimento a trovare la strada per vincere, non per investitura divina ma sulla base dell’esperienza e della formazione dei propri attivisti.

L’orizzonte greco

Ciò che vediamo in Spagna ci riguarda da vicino. Gli effetti della crisi sono internazionali, anche l’Italia soffre di una debolezza economica e finanziaria drammatica, e la finanziaria di Tremonti è solo l’antipasto dei futuri piani di austerità che saranno dettati dalle istituzioni internazionali per il piacere degli speculatori. Ma come internazionale è la crisi, internazionale è la risposta. Ne è un segno la manifestazione mondiale degli indignati, lanciata per il 23 luglio, che in Italia cade coincide con il corteo nazionale per il decennale di Genova 2001.

La radicalizzazione giovanile che vediamo in Spagna arriva dopo le proteste negli Usa e dopo le rivoluzioni arabe che hanno cacciato i dittatori ma che si devono porre ora il problema dell’intero sistema, dopo le lotte in Islanda, Belgio, Inghilterra. È normale che in una situazione del genere siano i giovani i primi a radicalizzarsi: nella misura in cui questo sistema nega loro un futuro, non hanno niente da perdere. Recentemente in Grecia l’occupazione di piazza Syntagma ad Atene ha segnato il contagio internazionale del movimento degli Indignados. In una situazione ancora più drammatica di quella spagnola, con piani di austerità di una violenza inaudita, anche lì con un governo di centrosinistra, con 13 scioperi generali nell’ultimo anno, scontri ormai abitudinari davanti al Parlamento, siamo ormai sull’orlo di una situazione rivoluzionaria. L’Assemblea popolare di Piazza Syntagma segna il ruolo di un movimento come quello degli indignati nello scontro sociale: rivendica lo sciopero generale politico e si mette a disposizione della classe lavoratrice che sta sostenendo sulle proprie spalle il peso maggiore della lotta.

Comitati di sciopero in ogni posto di lavoro e in ogni quartiere possono essere l’embrione di un nuovo modello di società controllata dal basso, le energie di piazza Syntagma possono giocare un ruolo importantissimo nei picchetti, nelle manifestazioni, nella propaganda, nell’autorganizzazione della lotta.

Peccato che il ruolo dei dirigenti dei partiti della sinistra non aiuti affatto a sviluppare le enormi potenzialità del movimento. La direzione del Kke (Partito comunistta) invia ultimatum a chi si trova in piazza, esortandoli a “fare finalmente le giuste proposte politiche!”, invece di partecipare attivamente al movimento, per cercare di sviluppare la consapevolezza politica. In ogni occasione di mobilitazione i dirigenti del Kke e del suo fronte sindacale, il Pame, organizzano manifestazioni alla stessa ora ma in un’altra piazza, per evitare che i propri militanti si confondano con la massa di piazza Syntagma.

In maniera opposta, la leadership di Syriza (il fronte elettorale del Synaspismos) si rifiuta di intervenire come partito nel movimento. Il gruppo dirigente ha invitato infatti i militanti a partecipare, ma camuffandosi come “senza partito”, “in questo movimento partecipiamo come cittadini, cercando di ascoltare e imparare, prendiamo parte e uniamo la nostra voce a migliaia di cittadini arrabbiati in ogni piazza del paese”.

Se dalla Spagna dobbiamo trarre lezioni sulla radicalizzazione sociale e giovanile, dalla Grecia dobbiamo prendere appunti sullo scontro di classe quando si avvicina al limite massimo di contenimento. Non dobbiamo farlo da osservatori esterni, perché ogni lezione sarà preziosa quando, presto o tardi (più presto che tardi) anche in Italia le lotte, che già ci sono, faranno un ulteriore salto di qualità. Stiamo certi che la violenza dell’attacco sarà enorme. Stiamo certi che la forza della risposta non sarà da meno.

Per dirla con gli spagnoli: “Senza casa, senza lavoro, senza pensione, senza paura”.

Alessio Marconi

 

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