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Piazza Selinunte: una lotta che parla a tutti

Il gruppo Facebook si chiama “La mossa della torre”. In effetti, paragonata a quella ambigua e obliqua del cavallo, rende l’idea: avanti, senza deviare. Così, quasi un anno dopo la lotta di Via Imbonati, il Comitato Immigrati di Milano è protagonista di una nuova protesta contro la sanatoria truffa. Quella legge del 2009 prevedeva la regolarizzazione di colf e badanti, dimenticandosi però dei tantissimi immigrati che lavorano quotidianamente in altri settori, dall’edilizia alla fabbrica. Le richieste furono centinaia di migliaia e spuntarono da ogni parte avvocati e intermediari che garantivano il permesso dietro pagamento di una lauta parcella. Peccato però che per la maggior parte di coloro che fecero richiesta il permesso non arrivò mai, e in più non tornarono indietro le centinaia o migliaia di euro versati da ognuno nel tentativo di avere il permesso di soggiorno. Oltre alle parcelle, infatti, per presentare la richiesta si dovevano versare centinaia d’euro di contributi Inps, quasi sempre soldi versati non dai datori di lavoro ma dagli immigrati stessi, con grandi sacrifici. Più un balzello fisso iniziale di 500 euro. Una vera e propria truffa legalizzata, insomma, per fare cassa su un settore della società, gli immigrati, già particolarmente sfruttato.

Al di là della legge del 2009, però, è l’intera legislazione sull’immigrazione a portare a una condizione di iper-sruttamento. Con la Bossi-Fini il permesso di soggiorno è legato al contratto di lavoro: se non lavori, non puoi stare in Italia. Ma, all’inverso, se non hai un permesso di soggiorno non puoi lavorare. Un corto circuito volto proprio a mantenere un settore di lavoratori in condizioni di costante ricattabilità, in modo da poter imporre qualsiasi orario di lavoro, qualsiasi paga, qualsiasi condizione di lavoro. Le basi di questo modello erano già state poste dal centrosinistra con la Turco-Napolitano e con la politica dei “flussi”: ogni anno, o ogni tot anni, si decide quanti immigrati possono entrare in Italia. Ma chi lo decide? Per quali interessi? Ad avere la parola ultima è la Confindustria, che segnala al governo di quanta forza-lavoro ha bisogno. Alla base delle varie leggi sta quindi un punto comune: importante non è l’immigrato come persona, che lascia paese, casa, famiglia per cercare un lavoro o per scappare da consizioni insostenibili; importante è se torna utile a chi controlla il sistema produttivo italiano.

Insomma, le campagne contro l’immigrazione clandestina si dimenticano di dire una cosa: è proprio lo Stato italiano a creare la clandestinità, e la clandestinità torna comoda perché è negazione di diritti, riduzione a schiavitù e quindi aumento di profitti per chi la sfrutta, sia un guidatore di gommoni, un caporale di Nardò o un industriale o un edile lombardo. Torna poi molto utile per sfruttare di più anche i lavoratori italiani: avere lavoratori costretti ad accettare qualsiasi condizione permette di abbassare le condizioni di tutti. Contro ogni campagna razzista, è interesse dei lavoratori italiani che gli immigrati escano dalla clandestinità e non siano più ricattabili.

Contro tutto questo il 10 settembre due immigrati sono saliti sulla torre di Piazza Selinunte, denunciando ancora una volta la sanatoria truffa ma chiedendo anche di farla finita con queste politiche sull’immigrazione, chiedendo il permesso di soggiorno per tutti. Può sembrare tanto, ma in realtà è il minimo perché centinaia di migliaia di lavoratori immigrati godano almeno dei diritti civili al pari degli italiani. Solo un inizio, dunque, perché poi c’è lo stesso il problema della disoccupazione, degli stipendi, del taglio dei servizi, della scuola pubblica, delle pensioni; insomma, ci sono i problemi che abbiamo tutti. Il presidio di Piazza Selinunte questo lo sa, e dall’inizio ha portato avanti la propria lotta non come qualcosa di separato, che riguarda solo qualcuno in particolare, ma come parte delle tante lotte che si stanno sviluppando contro il massacro sociale in corso. Al presidio ci sono lavoratori, disoccupati, studenti, precari e pensionati, immigrati e italiani. Si discute di immigrazione ma anche di scuola, di casa, di lavoro, di rivoluzione araba. Il primo passo è stato spiegare chi siamo, cosa stiamo facendo e perché; siamo entrati in contatto con realtà di lotta del quartiere, dalla vertenza per la scuola di Via Paravia al comitato contro gli sfratti del quartiere S.Siro, fino ad arrivare all’assemblea del 20 con Giorgio Cremachi, presidente del Comitato contrale della Fiom e con i delegati sindacali e gli attivisti politici che promuovono l’appello “Dobbiamo fermarli”.

Al di là di come proseguirà questa lotta, una conclusione possiamo trarla sin d’ora. Dopo le lotte di Brescia e di Via Imbonati a Milano, dopo lo sciopero dei braccianti di Nardò, ancora una volta riemerge la lotta degli immigrati. È un settore sempre più imponente della società italiana, doppiamente sfruttato, che non ha paura di mettersi in prima fila nelle lotte, rompendo la logica di concertazione che le direzioni politiche e sindacali offrono come falsi rimedi ai loro (e ai nostri) problemi. Le prove decisive saranno due: da una parte far sì che tutte le lotte includano le rivendicazioni per i diritti degli immigrati nei propri programmi; dall’altra reinvestire questa combattività nel conflitto sociale in generale, a partire dal movimento operaio, perché si imponga una stagione di lotte che, facendo tesoro anche della spontaneità e della creatività degli elementi più radicali, vada avanti a oltranza. Fino a dove? Fino alla caduta di questo governo e di qualunque altro governo che voglia portare avanti le stesse politiche; finchè saranno i lavoratori, italiani e immigrati insieme, a decidere le regole di una società che cancelli questo vergognoso sfruttamento.

Alessio Marconi

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