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Sul corteo del 14 dicembre: l’abissale distanza tra i protagonisti del conflitto e la sinistra

Il 14 dicembre del 2010 sarà ricordato per molto tempo nel movimento studentesco come una giornata diversa dai soliti cortei studenteschi, che pure sono stati protagonisti, con decine di migliaia di studenti, delle piazze italiane nel percorso di protesta contro il ddl Gelmini. Un percorso durato almeno due mesi, dalla giornata dell’8 Ottobre fino a quella del 16 con la Fiom, passando per il 17 Ottobre, dove un’aula stracolma di Scienze Politiche ha prodotto un notevole salto di qualità nelle mobilitazioni a cominciare dalla volontà (purtroppo tutt’altro che realizzata) dell’unità tra il movimento studentesco e operaio, fino alla giornata del 22 dicembre, dove solo a Roma circa 30mila studenti hanno attraversato le strade che da La Sapienza portano al quartiere popolare Pigneto fino al blocco della vicina tangenziale Est.

Ma il 14 dicembre ha segnato un discrimine non solo nel dibattito politico ma soprattutto nel carattere delle prossime mobilitazioni. In piazza con gli studenti medi e universitari c’era un nutrito spezzone di delegati Fiom (era presente anche la Federazione della Sinistra) partito dal Colosseo che è rimasto in piazza con gli studenti fino alla fine del corteo.

Gli scontri di Piazza del Popolo verranno ricordati per molto tempo come simbolo di quella giornata e resteranno nella coscienza di molti studenti. Non ci appartiene la cultura politica dell’esaltazione dello scontro di piazza fine a se stesso, l’estetica della guerriglia urbana. Né ci appartengono le dichiarazioni paternalistiche di Nichi Vendola o le stigmatizzazioni dei Comunisti Italiani e di Diliberto che approvano in sostanza le condanne astrattamente pacifiste del Pd e l’ipotesi della Finocchiaro di cosiddetti infiltrati nel movimento (da finanzieri vestiti da studenti agli ultras, ai fascisti e facinorosi di ogni risma…) che in realtà nascondono l’incapacità di saper leggere e raccogliere la domanda di radicalità che quei giovani, protagonisti degli scontri di Piazza del Popolo, chiedevano mantenendo un obiettivo chiaro: impedire con qualunque mezzo che il governo Berlusconi, ormai agonizzante, ottenesse la fiducia e che di conseguenza anche la Gelmini passasse. Ci appartiene, al contrario, una lettura il più aderente possibile alla realtà dei processi e delle dinamiche del movimento, le sue prospettive e il suo carattere. La parola d’ordine era sfiduciare il Governo dal basso. La giornata del 14 ha evidenziato in primo luogo una politicizzazione del movimento studentesco che ha visto correttamente nell’obiettivo della caduta del Governo lo sbocco naturale delle mobilitazioni degli ultimi mesi e l’arma fondamentale per impedire l’approvazione della controriforma della Gelmini, un passo avanti deciso rispetto all’Onda che sulla base dello slogan “siamo tutti studenti” in molti casi permetteva anche ai fascisti di Blocco Studentesco di stare nel movimento seppur strumentalmente. In secondo luogo un’estrema radicalizzazione del movimento e una grande rabbia giovanile che si è diretta contro le forze dell’ordine e i simboli del potere oppressivo.

D’altra parte il movimento studentesco e operaio, nei decenni passati, hanno visto una rabbia crescente che spesso si è tramutata in rivolta contro le forze dell’ordine, i centri del potere politico ed economico. Gli scontri di Valle Giulia del 1° Marzo del 1968, dove migliaia di manifestanti tentarono di riconquistare la facoltà di Architettura assediata dalla polizia dopo averla sgomberata da un’occupazione di studenti, e Piazza Statuto, dove centinaia di operai di Fiom e Uilm il 7 luglio 1962, dopo l’accordo separato firmato da Uil e Sida con Federmeccanica, inscenarono una rivolta contro le forze dell’ordine, ne sono un esempio lampante. E oggi come allora la sinistra istituzionale (il Pci) e non aggredì verbalmente i manifestanti, tentò di minimizzare lo scontro: non capì e non seppe raccogliere la domanda di radicalità che quelle piazze esprimevano. Certo, non è possibile sviluppare un paragone esatto tra quelle giornate di rivolta di massa con l’episodio di Roma, Tuttavia crediamo che abbiano una radice comune se è vero che oggi come allora quel tipo di protesta ha raccolto le simpatie di larghi strati di studenti e lavoratori. Tuttavia, anche non volgendo lo sguardo indietro ma guardando all’attuale contesto europeo, vediamo come le proteste di massa degli studenti assumano questo carattere di rottura ed esprimano una certa radicalità: dalle rivolte delle banlieu in Francia alle proteste degli studenti greci contro le misure di austerity del governo Papandreu e di quelli inglesi contro il progetto di aumento delle tasse universitarie, fino alle rivolte popolari di Terzigno contro le discariche e la distruzione del territorio.

A Genova, nella stessa giornata del 14, è accaduto un episodio che illumina quanto proviamo a sostenere in questo articolo. Centinaia tra studenti medi, universitari e lavoratori della scuola e del porto di Genova, partiti da piazza Caricamento, hanno raggiunto lungomare Canepa e hanno bloccato per un paio d’ore il varco di ponte Etiopia. Nelle parole di un portuale rivolto agli studenti: “La vostra lotta è la nostra”, mentre su uno striscione campeggiava lo slogan: “Studenti e lavoratori uniti verso lo sciopero generale. In quell’occasione gli studenti hanno individuato correttamente l’obiettivo nel centro economico principale della città, l’alleato principale nei lavoratori del porto, i camalli, e l’avversario in Confindustria e i ricchi e potenti di questo paese che ancora si stringono attorno al Cavaliere e ai suoi progetti di distruzione dei diritti dei lavoratori e degli studenti. Crediamo che questa sia la strada. Un piccolo ma significativo esempio di come il movimento possa raggiungere i suoi obiettivi colpendo i centri economici e di potere.

Le reazioni della destra sono state immediate: ipotesi di arresti preventivi, aumento della repressione e potenziamento dei corpi di carabinieri e polizia durante i cortei, come già nella giornata del 22 a Roma, dove la cosiddetta “zona rossa” aveva confini assai più ampi di quella del 14 e coinvolgeva tutto il centro della città. Le dichiarazioni inorridite di Alemanno vorrebbero scongiurare il ripresentarsi dello spettro degli anni ’70 (a cui peraltro il sindaco con la celtica ha partecipato assieme al suo camerata La Russa nelle sezioni dell’ MSI, che fomentavano l’odio contro studenti e operai ed erano legate agli ambienti dello stragismo nero). Anni che riecheggiano anche nelle parole della Gelmini che, dopo l’approvazione della sua contestatissima controriforma, ha dichiarato che ormai gli ultimi baluardi del ’68 sono caduti: ovvero un’istruzione pubblica, di massa e di qualità. Anni di conquiste che lo stesso Marchionne sta smantellando pezzo per pezzo, prima con l’accordo di Pomigliano, ora con quello di Mirafiori che nelle parole del segretario della Fiom Landini è peggiore del precedente accordo della fabbrica napoletana.

Ma se Confindustria e Governo sognano di cancellare tutti i diritti conquistati a suon di scioperi generali, sacrifici, lotte aspre e scontri di piazza con un colpo di mano, sappiano lor signori che sarà impossibile cancellare quelle storiche esperienze di lotta, che gli studenti e i lavoratori stanno solo scaldano i muscoli per le prossime lotte e che queste controriforme avranno la loro Piazza Statuto.

La strada è ormai tracciata: i lavoratori di Mirafiori (insieme a gruppi di insegnanti precari, lavoratori di Eutelia e di alcune cooperative) hanno scritto agli studenti del 14 dicembre e del 22 dicembre. “Siamo con voi, siate con noi!” Lavoriamo per questa prospettiva, lavoriamo per lo sciopero generale come già lo stessa Fiom ha dichiarato e come già gli studenti in piazza il 22 dicembre chiedevano a gran voce.

Gabriele D’Angeli

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