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Cosa succede all’università pubblica con il DDL Gelmini?

Ripubblichiamo oggi un articolo che porta la data del 25/11/2009, mese in cui prendeva avvio la discussione del primo testo del ddl Gelmini 1905 per l’ università, approvato ieri alla camera.

“Bisogna avere il coraggio di cambiare l’università, non difendendo lo status quo ma premiando i giovani meritevoli, i nuovi ricercatori e le Università che puntano sulla qualità eliminando gli sprechi e i corsi inutili”. Con questa frase il Ministro dell’istruzione Gelmini si sta apprestando ad attuare l’ennesima riforma universitaria che, stando ad ascoltare la nostra Ministra, dovrebbe rinnovare l’università. Ma lo fa davvero?

Questo disegno di legge non prevede ulteriori tagli all’istruzione pubblica: per questo c’è già la Legge 133/08, che taglia alle università pubbliche circa 2 miliardi di euro. No, questa riforma affronta principalmente quattro temi: l’organizzazione del sistema universitario, la qualità e l’efficenza del sistema universitario, diritto allo studio (e meritocrazia), e il reclutamento del personale accademico. Analizziamoli uno per uno.

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L’organizzazione interna dell’università tocca tutti, dal rettore a tutti gli organi di amministrazione degli atenei.  

Il rettore è sempre di più il manager dell’università: egli ha “funzioni di indirizzo, di iniziativa e coordinamento”, propone il documento di programmazione strategica triennale d’ateneo e il bilancio di previsione annuale e triennale. In pratica vuol dire che il rettore propone cosa deve fare concretamente l’università e inoltre ha tutte le funzioni non esplicitamente attribuite ad altri.

Il Senato accademico diventa un organo puramente consultivo e di coordinamento; esso non avra più alcun potere decisionale e l’unica funzione che avrà sarà un parere non vincolante prevalentemente su questioni didattiche.

Il vero organo diventa il CdA (Consiglio d’amministrazione), in quanto approva la programmazione finanziaria (che è proposta dal Rettore), gestisce il personale, attiva e sopprime corsi e/o sedi ed approva il documento di programmazione strategica. il CdA non è più elegibbile e i suoi membri dovranno essere “designati di personalità in possesso di elevata competenza in campo gestionale” (tradotto: manager!) ed alemeno il 40% di questi dovrà essere esterno all’università. Ciò significa che le sorti degli atenei saranno decise, per una buona parte, dalle persone che non vivono la situazione di ogni singolo ateneo sulla propria pelle ogni giorno. Nel CdA ci sarà ancora una rappresentanza studentesca, elegibbile (questa sì), ma ridotta nei fatti ad un solo studente.

Le facoltà perdono importanza: la dimensione essenziale è quella dei dipartimenti. Il CdF(consiglio di facoltà)perciò scompare e viene sostituito da organi più ristretti.

Il disegno di legge prevede anche le “commissioni paritetiche di controllo nei dottorati”; non è nulla di nuovo perchè c’erano già, ma saranno senza poteri ne avranno risorse.

Per completare il tutto il personale ATA (tecnico-amministrativo) e tutti gli altri lavoratori dell’università sono esclusi da qualsiasi organo dirigente, mentre la rappresentanza studentesca continua a costituire circa il 15% degli organi.

In sostanza, viene pesantemente ridotta la già carente democrazia all’interno delle università. Come sempre si parla di lotta agli sprechi ma poi si rafforza il ruolo dei baroni, mentre si chiude ogni spazio di democrazia agli studenti e ai lavoratori che tengono in vita ogni giorno l’università che diventa così molto più autoritaria. In compenso si spalancano le porte ai privati che sull’università vogliono speculare per i propri interessi.

Un altro punto importante di questo disegno di legge è quello sul diritto allo studio, che in questa proprosta di riforma va a braccetto con la “meritocrazia”, sia degli atenei, sia dei professori (in particolare ricercatori precari, assegnisti e borsisti), sia degli studenti.

Per quanto riguarda gli atenei, ci sarà una distribuzione delle risorse sempre più a favore di quelli considerati “virtuosi”.

Con questo sistema gli atenei che hanno accumulato troppi debiti dovranno attuare tagli su tagli, pena il commissariamento ministeriale, mentre i soldi che avanzano finiranno nelle tasche di quelli più “virtuosi”.

Ma cosa rende un’ateneo “virtuoso” agli occhi del Ministero?

Parametri come la gestione manageriale. piuttosto che il numero di laureati o laureati in corso rispetto al totale degli iscritti e così via…Ciò comporta, quasi automaticamente, che per sopravvivere gli atenei dovranno espellere in ogni modo gli studenti che fanno abbassare la “qualità” degli atenei: gli studenti fuori corso, ad esempio (i quali molto spesso sono studenti costretti a lavorare per sostenere i costi dello studio e quindi non riescono a sostenere i ritmi dello studio). I numeri chiusi e gli obblighi di frequenza si ascrivono in questo disegno, cioè impedire alla maggior parte degli studenti di frequentare i corsi e di ricevere un’istruzione adeguata per il futuro che si sono scelti.

Questo disegno di legge continua, perciò a tracciare la strada dell’autonomia universitaria, cioè quel provvedimento che sgrava lo stato dal dover garantire un reale diritto allo studio e diminuisce drasticamente i finanziamenti all’istruzione pubblica, lasciando poi le università e gli istituti con il problema di dove reperire i soldi.

Nei fatti l’alternativa che hanno le università per sopperire alla mancanza di fondi è quella di elemosinare finanziamenti privati in cambio di concessioni di ogni genere, fino ad arrivare a trasformarsi in fondazioni private (come previsto dalla legge 133/08) o accorparsi tra di loro oppure rassegnarsi e diminuire drasticamente, il numero di corsi, cattedre e docenti. Quest’ultima situazione descritta è il caso della Statale di Milano, la quale trovatasi nella difficoltà di chiudere il bilncio già per il 2008 (figuriamoci per il 2009 e gli anni che verranno) ha dovuto prevedere una riduzione delle cattedre: in molti corsi di laurea, specialmente per la facoltà di lettere e filosofia, alcuni corsi sono stati soppressi; quello che è rimasto uguale è il numero di crediti da raggiungere in tre anni: sono sempre 180 ma spalmati su meno esami; come?semplice, aumentando il numero di crediti per ogni esame: da 9 CFU si passa a 12 CFU con il conseguente aumento del carico di lavoro per gli studenti.

Essendoci meno personale, i lavoratori che rimangono (e non ci stiamo riferendo ai baroni, sia chiaro, ma ai ricercatori, i borsisti e gli assegnisti) sono chiamati a fare gli straordinari: devono garantire almeno 1500 ore di presenza in università, di cui 350 per lezioni e servizi agli studenti. Il problema è che per loro all’aumentare delle ore, non corrisponderà un’aumento dello stipendio, o meglio: ci sarà, ma solo se questi rispondono alle caratteristiche dei nuovi padroni dell’università. I ricercatori, inoltre, verranno assunti a tempo determinato solo dopo aver superato un concorso ad accesso limitato, dopodichè verranno sottoposti ad un periodo di prova di 6 anni (3+3) e se saranno ritenuti validi, finalmente potranno ottenere un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Peccato che i fondi della ricerca siano stati tagliati drasticamente dalla legge 133!

Con la fusione degli atenei, i lavoratori sono soggetti a mobilità, cioè a spostarsi geograficamente per poter lavorare. Coloro che ne sono interessati, se si oppongono, verranno costretti ad andare via tramite decreto ministeriale! Perciò non solo alcuni di loro non avranno più un contratto di lavoro che dia garanzie, ma non avranno neanche la certezza di lavorare nello stesso luogo, dove magari vivono con tutta la famiglia. Praticamente, questa riforma prepara le conseguenze reali, in termini di posti di lavoro dei tagli della 133/08!

Come si diceva qualche riga più sopra, nel disegno di legge si parla anche di diritto allo studio. Per concretizzarlo, la riforma prevede la costituzione del “fondo per il merito”. Peccato che lungi dal garantire davvero il diritto allo studio, questo fondo non darà agli studenti finanziamenti veri e propri, ma cosa scandolosa, dei buoni studio con una quota da restituire in base ai risultati o dei veri e propri prestiti d’onore: invece di permettere a tutti di studiare si taglia fuori la maggioranza e ai pochi fortunati si permette di indebitarsi per anni e anni. Oltretutto se non si rispettano i requisiti di merito i buoni premi e finanziamenti si perdono immediatamente! Quali sono questi requisiti? Lo deciderà di volta in volta chi gestisce il fondo (vedi sotto), in ogni caso non è previsto che abbiano importanza le condizioni economiche dei candidati, alla faccia di qualsiasi discorso sul permettere di accedere agli studi a chi non se lo può permettere. Si può pensare: “pazienza, non sarà un granchè ma almeno non fa danni”. Anche questa illusione cade se andiamo a vedere come sarà finanziato il fondo: essendo, come tutta la riforma, a costo zero, non riceverà finanziamenti appositi e dovrà trovare altrove i soldi. Per quanto riguarda i finanziamenti pubblici , questo altrove è con tutta probabilità “il fondo integrativo per il diritto allo studio”, cioè quello che garantisce il (pochissimo) diritto allo studio rimasto: altro che non fare danni! L’altro canale principale di finanziamenti sono “versamenti effettuati a titolo spontaneo e solidale da privati, società, enti e fondazioni, anche vincolati (…) a specifici usi”. Ancora una volta sono i privati a fare la parte del leone, potendo gestire da una parte le università e dall’altra potendo scegliere gli studenti in base ai propri criteri (chi paga decide chi merita). In pratica, quello che verrà messo in moto con questa riforma è un vero mercato dello studente, dove l’ente privato decide che prodotto vuole e l’università impiega i soldi donategli per crearglielo, controllata sempre dai privati che siedono negli organi superiori.

Ciliegina sulla torta, qual’è l’altro canale di finanziamento del fondo per il merito?i soldi pagati dallo studente e dalle loro famiglie per sostenere l’esame. Già, perchè per provare ad avere accesso ad un finanziamento per gli studi, bisognerà superare una prova nazionale standard a pagamento!!

Questo non è un reale diritto allo studio. Questo è l’ennesimo provvedimento che svantaggia la maggior parte degli studenti, cioè coloro che non hanno una condizione economica agiata: non dobbiamo dimenticare che i costi dell’istruzione aumentano sempre di più, a partire dalle rette universitarie, passando per i libri di testo, i trasporti, la mensa e arrivando agli alloggi. Il ministro dell’sitruzione parla tanto di meritocrazia tra gli studento o di studenti da premiare. Ma di che meritocrazia stiamo parlando? Quella in cui l’unico merito è potersi pagare gli studi senza alcun problema e senza dover lavorare?.

Lo studio deve essere un diritto, e non lo sarà finchè non lo sarà per tutti. Fra meritocrazie finte o vere e il concetto di diritto allo studio c’è un abisso: lasciamo al ministero e a chi vuole fare il suo gioco la demagogia sulla meritocrazia e continuiamo la nostra battaglia per un diritto allo studio che possa darci davvero un’istruzione pubblica, gratuita, laica, di massa e di qualità.

STUDENTI E LAVORATORI IN DIFESA DELL’UNIVERSITA’ PUBBLICA!

L’unico modo per fare una riforma è dare l’università in mano a chi ci studia e ci lavora: organi accademici paritetici (studenti, docenti, ATA) elegibbili e revocabili in qualsiasi momento. Possibilità di convocare assemblee di facoltà e di ateneo mensilmente con il blocco delle lezioni per discutere dei problemi e della gestione dell’università.

Per invertire il processo di privatizzazione e di controriforme è necessario: abolire l’autonomia universitaria, il sistema 3+2, ritiro di tutti i tagli e drastico aumento dei finanziamenti pubblici.

Prestiti d’onore e fondi svenduti ai privati?Lottiamo per un reale diritto allo studio: accesso gratuito a tutti i livelli d’istruzione, abolizione di tutti gli ostacoli e sbarramenti di natura economica o didattica, gratuità di tutti i servizi strettzìamente connessi all’istruzione (trasporti, mense, case per gli studenti fuori sede, comodato d’uso dei libri, condivisione in rete di tutto il materiale didattico).

Nelle università non c’è solo chi studia, uniamoci per vincere! Servono garanzie per i lavoratori, assunzione immediata di tutti i precari, riassorbimento di tutti i servizi esternalizzati.


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