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Nel dibattito del movimento studentesco irrompe la parola dello sciopero generale!

Domenica 17 Ottobre più di 500 persone hanno partecipato all’assemblea nazionale dei movimenti nella facoltà di scienze politiche a La Sapienza, a seguito della grande manifestazione operaia del 16 ottobre a Roma. L’assemblea è stata convocata da Uniriot, Link e Uds e ha visto la partecipazione di diversi rappresentanti studenteschi provenienti da tutta Italia che il giorno precedente hanno partecipato al corteo della Fiom in difesa dei diritti e del lavoro. All’assemblea erano presenti anche il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, il coordinatore nazionale della sinistra sindacale “La Cgil che vogliamo” ed ex leader della Fiom, Gianni Rinaldini, il segretario nazionale della Flc, Domenico Pantaleo, e rappresentanti del movimento per la casa di Roma e del comitato per l’acqua pubblica. Erano inoltre presenti rappresentanti dei ricercatori e dei precari della scuola, da settimane in mobilitazione. La stragrande maggioranza degli interventi ha messo al centro del dibattito alcune parole d’ordine che sono state il filo conduttore dell’assemblea: unità del movimento operaio e studentesco e costruzione dello sciopero generale.

Sembra quasi scontato proporre un paragone tra l’ultima assemblea nazionale a La Sapienza, tenutasi due anni fa al termine di un ciclo di mobilitazioni studentesche, e questa di quest’anno.

Allora quell’assemblea sancì la fine del movimento dell’Onda, dove i metodi antidemocratici dei dirigenti del movimento da un lato e la scorrettezza dell’impostazione politica dall’altro portarono allo spegnimento un movimento studentesco che aveva espresso delle potenzialità immense.

Tutto quel dibattito venne incentrato non solo sul rifiuto da parte di Uniriot e altre organizzazioni studentesche di voler dare una rappresentanza democratica al movimento, ma anche di voler dare una piattaforma politicamente adeguata e all’altezza dello scontro in campo, tanto che il vero leitmotiv della due giorni fu l’autoriforma.

Come noi stessi giudicammo allora, l’idea dell’autoriforma nascondeva l’incapacità di saper elaborare una piattaforma complessiva di lotta che scardinasse l’impianto classista dell’università italiana: al suo posto si proponeva di ritagliarsi degli spazi autogestiti (tutti da verificare, peraltro) all’interno del sistema vigente. Una simile proposta portò alla definitiva smobilitazione degli studenti, mentre proclamava astrattamente l’autosufficienza del movimento studentesco dalle lotte che si stavano sviluppando negli altri settori, ignorando in particolare il movimento operaio, che allora stava ancora cercando una via di resistenza alle conseguenze della crisi economica.

Due anni dopo il dibattito è decisamente cambiato.

“Pomigliano”, “lotta di classe”, “sciopero generale”, sono state le tre parole più citate negli interventi degli studenti e dei dirigenti sindacali e, sebbene la partecipazione numerica sia stata inferiore a quella di due anni fa, il dibattito ha mostrato una capacità maggiore da parte degli studenti di sapersi connettere con ciò che di più avanzato si muove in questo momento nella società. Punta avanzata che indubbiamente in questo momento è incarnata dalla lotta operaia che ha trovato un nuovo slancio dalla resistenza di Pomigliano e ha trovato nuova forza in questi mesi, grazie anche al ruolo della Fiom, che dal palco del 16 Ottobre ha lanciato la parola d’ordine dello sciopero generale. Siamo d’accordo con chi in assemblea ha spiegato che lo sciopero generale non deve essere solo una data di lotta isolata ma deve essere costruito capillarmente in ogni posto di studio e di lavoro. Solo così non morirà il giorno dopo ma potrà essere un momento di rilancio delle lotte attorno al quale si potrà organizzare un settore sempre più ampio di studenti e di lavoratori.

Abbiamo salutato positivamente l’enorme salto qualitativo del dibattito rispetto a quanto eravamo abituati a sentire in questi anni. Da questo punto di vista siamo rimasti un po’ perplessi leggendo il materiale che veniva diffuso fuori dall’assemblea, L’Onda che viene, dove si legge, fra le altre cose, che la classe operaia non esiste più, che il pubblico impiego è una casta di privilegiati in estinzione, che lo sciopero generale è una cosa inutile e che il futuro delle mobilitazioni sono l’autoriforma e i blocchi del traffico. Così come ci è spiaciuto leggere attacchi contro chi nel 2008 rivendicava l’unità fra studenti e lavoratori. Speriamo che l’assemblea del 17 abbia posto una volte per tutte la parola fine a queste posizioni che hanno più e più volte dimostrato di non saper portare il movimento ad altra fine che non fosse la sconfitta.

Proprio dalle parole d’ordine del 17 si tratta di riprendere la discussione e di sviluppare le mobilitazioni. I nostri sforzi devono essere rivolti a saper tradurre queste parole in fatti e in passi avanti, pena l’aver avuto una bella discussione che però non cambia i limiti degli anni passati. Con questo spirito nella discussione abbiamo rimarcato tre questioni.

In primo luogo l’abbandono della logica dell’autoriforma e al suo posto lo sviluppo di una piattaforma rivendicativa chiara e radicale, che parta dalla cancellazione di tutte le controriforme dell’istruzione dall’autonomia scolastica e universitaria in poi per arrivare alla gratuità di scuola e università, a un aumento drastico dei finanziamenti all’istruzione pubblica, a una gestione democratica come uniche garanzie della reale qualità dell’istruzione. Una piattaforma che si integri con quelle delle lotte dei lavoratori, per i beni pubblici, per l’ambiente e che possa dar vita a una base politica davvero unitaria su cui convocare lo sciopero generale.

In secondo luogo, la necessità della costruzione del conflitto scuola per scuola, università per università, posto di lavoro per posto di lavoro. L’unico modo per passare dalle parole ai fatti è portare nei propri luoghi di studio i lavoratori e portare gli studenti davanti ai posti di lavoro a sostegno delle lotte. L’unificazione fra studenti e lavoratori della conoscenza in questo senso è un primo passo fondamentale che deve poi estendersi a tutte le categorie di lavoratori.

In terzo luogo abbiamo affrontato il problema della democrazia nel movimento studentesco. Come la Fiom è impegnata nella battaglia nelle fabbriche perché ogni lavoratore sia protagonista delle scelte sindacali e di ogni passo della lotta, così ogni studente deve poter decidere democraticamente metodi, forme di lotta e programma rivendicativo in ogni scuola e facoltà. Così le assemblee di movimento devono saper diventare delle assemblee dove chi parla lo fa davvero rappresentando la propria scuola o la propria facoltà e le discussioni che si sviluppano fra gli studenti.

La mobilitazione studentesca sta tornando in campo: il 14 ottobre il movimento ha ottenuto il rinvio della discussione sulla Gelmini in parlamento, il 16 è sceso in piazza con la Fiom e il 30 il mondo della scuola e dell’Università scenderà di nuovo in piazza a Napoli contro il progetto di privatizzazione e distruzione dell’istruzione pubblica. Gli studenti non sentono l’isolamento della propria battaglia come due anni fa e cercano l’unità con le lotte che ora si stanno sviluppando e che hanno nel lavoro la propria centralità. Ora è il momento di costruire lo sciopero generale e date come il 17 novembre e l’11 dicembre devono servire a questo. Come ha ricordato Paola Neo, ex studentessa protagonista dell’autunno caldo, all’assemblea nazionale alla Sapienza, il movimento studentesco ha potuto raggiungere i suoi obiettivi solo quando ha saldato le sue lotte a quelle del movimento operaio negli anni ’60 e ’70.

L’esempio viene da quegli anni, l’esempio viene dall’imponente movimento operaio e studentesco francese che in questi giorni stanno bloccando un intero paese in difesa dei propri diritti.

Gabriele D’Angeli (UniLeft Tor Vergata) e Alessio Marconi (Collettivo Pantera – Csu Milano)

 

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