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I ricercatori non si piegano

Chi si aspettava che quest’anno l’attacco all’università pubblica passasse sotto silenzio e senza resistenze è stato smentito da subito: già prima della riapertura le università sono state investite dalle mobilitazioni. La protesta dei ricercatori sta andando avanti e sta mettendo i rettori in grande difficoltà: per anni si è dato per scontato il loro sfruttamento, un giovane che voglia intraprendere il cammino della ricerca deve subire decenni di precariato, lavoro non pagato, umiliazioni, ricatti. Ora dicono basta a questa condizione e con il loro rifiuto di insegnare gratis stanno facendo emergere il collasso dell’università.

Nelle università italiane ci sono 25.000 ricercatori titolari di almeno un insegnamento, cioè significa che 4 docenti su 10 è un ricercatore e che non riceve nessun compenso per il suo ruolo di insegnante. Attraverso il rifiuto di accettare gli incarichi di insegnamento e di non andare oltre le loro mansioni di ricercatori, dimostrano come sia indispensabile il loro ruolo, infatti molti corsi non potranno essere attivati bloccando una parte considerevole dell’offerta formativa per l’anno accademico 2010-2011.

La loro protesta ha come punto centrale la contrarietà al Decreto Legge 1905, il famoso Decreto Gelmini sull’Università. Questa proposta di legge, unita ai tagli stabiliti nella legge 133 del 2008 e alla manovra finanziaria di Tremonti, porterebbe ad avere una forte trasformazione dell’università: innanzi tutto il rettore accentra la maggior parte dei poteri e diventa il vero e proprio “manager” dell’università, il Senato Accademico si riduce ad un organo meramente consultivo mentre il CdA (Consiglio d’Amministrazione) diventa l’organo in cui vengono prese tutte le decisioni di carattere gestionale, finanziario e amministrativo e al cui interno ci deve essere una componente esterna all’ateneo (cioè i privati) del 40%.

Per quanto riguarda più strettamente la figura dei ricercatori, con questo decreto scompariranno i contratti a tempo indeterminato per estendere ancora di più le forme di precariato nell’università.

Questa proposta di legge non fa che peggiorare e legittimare una condizione già grave: il mondo della ricerca è infatti composto da decine contratti precari diversi, come gli assegni di ricerca che vengono usati come forma di lavoro continuativo; questo tipo di contratto oltre a non garantire un contributo economico degno (si parla di assegni da 1950€ per tre mesi, 3000€ per sei mesi), cancella i più banali diritti come la maternità e le ferie.

I precari nelle nostre università sono circa 70.000, giovani e meno giovani che fanno un percorso ad ostacoli di almeno dieci anni, attraversando una prima forma di contratto con gli assegni di ricerca, a cui segue un contratto di 3 anni rinnovabile con un altro contratto di 3 anni. Allo scadere di questo secondo contratto non si ha nessuna certezza per il proprio futuro.

La Crui (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane), completamente in accordo con il Ddl, si è sin da subito adoperata per far varare un piano di reclutamento per 9000 posti da professore associato, misura volta a dividere e frantumare il fronte dei ricercatori tra quelli strutturati, che possono raccogliere le briciole di questa manovra, e quelli precari.

Anche il Partito Democratico si è speso per presentare degli emendamenti a Decreto Legge in cui propongono “ l’accelerazione della carriera dei ricercatori meritevoli e regole certe per i futuri ricercatori” e il contratto unico di ricerca a tempo determinato, a cui però deve seguire una assunzione certa.

Ma nessun emendamento può modificare l’assetto di una riforma volta ad annientare la figura del ricercatore e più in generale demolire l’università pubblica per consegnarla in mano ai privati, in un contesto sociale in cui si sta facendo un attacco epocale ai diritti di tutti i lavoratori e degli studenti.

Il ruolo del Pd al pari della Crui e della Confindustria è quello di garantire il massimo sostegno ai principi su cui si fonda questa riforma.

E’ necessario che gli studenti, i docenti e i ricercatori non si lascino abbindolare dalla retorica di chi cerca aspetti difendibili in questa riforma e che costruiscano una piattaforma rivendicativa comune in difesa dell’istruzione pubblica. Crediamo che i punti da cui partire siano il rifiuto di qualsiasi forma di precariato, unica vera risposta per garantire ricerca e didattica di qualità, e l’aumento dei finanziamenti pubblici a partire dall’immediato raddoppio, ma questi fondi devono essere amministrati da organi democraticamente eletti e al cui interno ci siano rappresentanti degli studenti, dei ricercatori, dei docenti e del personale tecnico e amministrativo in modo paritetico e senza nessuna ingerenza da parte dei privati.

Oggi i ricercatori si stanno interrogando su come portare avanti la lotta e far si che non resti ghettizzata al loro ristretto ambito; lo sciopero bianco che stanno portando avanti ha sollevato e reso pubblico il problema, ma è necessario che la mobilitazione coinvolga tutte le figure del mondo dell’istruzione e del mondo del lavoro in generale; il primo appuntamento in cui costruire questa unità di lotta sarà il 16 ottobre, da lì bisogna partire per costruire un vero fronte che abbia la forza di contrastare e bloccare il governo.

Gemma Giusti, Collettivo Autunno Caldo – Csu Bologna

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