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Da Pomigliano alle scuole e alle università:la stessa lotta

Dopo l’8 ottobre: radicare la mobilitazione, unire i fronti

Venerdì 8 ottobre c’è stata la prima data di mobilitazione nazionale studentesca, in cui abbiamo assistito a decine di cortei, partendo dalle maggiori città fino a mobilitazioni di vario genere anche nei centri minori. I numeri parlano chiaro: la mobilitazione c’è. Più di 30mila studenti in piazza a Roma, più di 10mila a Milano e Torino, altre migliaia di manifestanti a Bologna, Firenze, Palermo e altre città.

Una nuova Onda?


Visto l’innegabile successo della mobilitazione dell’8, in molti hanno già lanciato dichiarazioni sul “ritorno dell’Onda”, o su “l’Onda 2”. Non abbiamo la sfera di cristallo e saranno i fatti a dirci se e come andrà avanti questa mobilitazione. Noi auspichiamo che questo sia un autunno di crescita politica della generazione dell’Onda e lavoreremo per questo. Un primo dato qualitativo spicca nei vari cortei: a fronte di una scarsa presenza dalle università, la maggioranza degli studenti scesi in piazza era costituita da giovani e giovanissimi. Proprio quegli studenti che con l’Onda hanno avuto la loro prima esperienza politica, e che dopo un anno di “pausa di riflessione” stanno provando a ritrovare la strada della mobilitazione. È una generazione fresca, combattiva, non segnata da sconfitte e non compromessa da quelle rivendicazioni e da quei metodi che hanno condannato il movimento studentesco per anni.

C’è chiara la consapevolezza che l’attacco all’istruzione pubblica non è solo una legge discussa in Parlamento ma sono tanti fatti molti concreti che si abbattono sulla vita di ogni studente: qualunque studente in piazza era pronto a fare una lungo elenco dei tagli nella propria scuola, dai professori ai corsi, dagli orari alle fotocopie. È proprio questa concretezza che dà vita alla rabbia e alla radicalità che hanno attraversato i cortei. A parte qualche caso, non sono state manifestazioni silenziose: come già nel 2008, si è rotta la tradizione dei cortei funebri, muti, dove l’unica alternativa al silenzio è la musica dei furgoncini. L’8 ottobre gli studenti hanno fatto letteralmente sentire la propria voce.

Questo però è solo un aspetto. La combattività che abbiamo visto deve ancora trovare una strada per esprimersi. È vero che gli studenti volevano far sentire la propria voce, ma spesso oltre l’ostilità personale a Berlusconi e alla Gelmini non si è andati. È vero che ognuno sa come stanno sfasciando la sua scuola, ma bisogna andare avanti nella strada che porta alla comprensione delle riforme e alla lotta consapevole per un’alternativa. Gli studenti sono pronti a fare questa strada e l’unico ostacolo che hanno davanti sono spesso, purtroppo, proprio le direzioni del movimento studentesco.

Un lotta a 360°

Ma allora come si spiega la partecipazione e la radicalità dei cortei che ognuno ha potuto vedere? Certo l’Onda ha sedimentato un’esperienza di lotta, e certo la concretezza della crisi dell’istruzione pubblica, conseguenza dei tagli, ha fatto da sveglia, ma c’è un altro elemento che ha un’importanza centrale, che è anche una delle principali differenze rispetto al 2008: gli studenti si sentono chiamati a giocare la loro parte nello scontro di classe che attraversa il paese. Già nel 2008 abbiamo visto una forte spinta dalla base per superare lo studentismo, dichiarato o non, delle direzioni. Il 17 ottobre, il 30 ottobre, il 14 novembre, il 12 dicembre: tutti i cortei più grandi ci sono stati proprio nei giorni di mobilitazione sindacale; nelle scuole e nelle università si sono riunte assemblee unitarie di studenti e lavoratori. Ma se da una parte questa spinta si scontrava appunto con l’orientamento delle strutture studentesche, intente più a coltivare il proprio orticello che a estendere le lotte, dall’altra, ed è la cosa più importante, il movimento operaio era ancora nello shock delle prime fasi della crisi economica, e non c’era in campo un conflitto sociale complessivo in cui gli studenti si potessero inserire. Da qui la straordinarietà del protagonismo studentesco in quell’autunno, ma anche la sua fragilità. Oggi la situazione è diversa: c’è una resistenza dei lavoratori che ha trovato in Pomigliano il proprio salto di qualità, ha nel 16 ottobre un appuntamento di rilancio e ha nella Fiom un punto di riferimento. Vuoi per le discussioni a casa, per i telegiornali o per internet, vuoi per le mobilitazioni dei precari della scuola o dei ricercatori, questa lotta gli studenti la percepiscono. Ne è una prova il fatto che in molti cortei gli studenti erano a conoscenza della mobilitazione del 16 ottobre e nomi come “Fiom” o “Pomigliano” erano già noti. Non si cerca solo di protestare per la propria scuola ma si scende in piazza, più o meno consapevolmente, per dare un contributo alla lotta complessiva. Il governo è debole e lo si può colpire; la battaglia nella società e una forza che sostiene l’asse portante del conflitto ci sono e quindi c’è uno spazio in cui inserirsi. Non è un caso che, dove gli slogan sono stati più politici, hanno superato di slancio la dimensione studentesca concentrandosi contro il governo e su temi politici come l’antifascismo o il problema della mafia.

Ancora una volta, però, una cosa è avere una percezione dello scontro di classe che si sta sviluppando e mobilitarsi sotto questo stimolo, altra cosa è sviluppare una mobilitazione studentesca consapevole e organizzata che possa integrarsi a quella dei lavoratori. Anche qui ci sono dei passi avanti da fare e siamo convinti che gli studenti siano pronti a farli, a patto che gliene sia data l’occasione.

Un’altra direzione è possibile (e necessaria)

Ciò che abbiamo visto non può essere letto in modo unilaterale. Sarebbe sbagliato fermarci a decantare le potenzialità degli studenti scesi in piazza come lo sarebbe concentrarci solo sulla mancanza di chiarezza politica e di organizzazione. La questione non è solo fare una fotografia più nitida possibile di una giornata ma capire come si può sviluppare e come si può intervenire.

Sul prossimo periodo una cosa possiamo dire senza dubbi: le maggioranza delle strutture che, fra mille scontri e debolezze, dirigono le mobilitazioni studentesche non sono in grado di fornire alcuna seria prospettiva per la lotta che è in campo. Se gli studenti volevano gridare la loro rabbia in piazza e avevano bisogno di parole d’ordine, perché dai furgoncini nessuno ha lanciato slogan che chiarissero le idee a chi manifestava e a chi assisteva? Se il conflitto sociale è generale, perché non si organizza sistematicamente la presenza a Roma il 16 ottobre, scuola per scuola, università per università? Se siamo in mezzo a uno scontro, perché i cortei non sono organizzati, tanto che a Firenze abbiamo dovuto assistere a un’infiltrazione fascista con annessa aggressione agli studenti? In certi casi si è superata l’inadeguatezza e si è arrivati alla nocività esplicita: che senso ha spezzare arbitrariamente i cortei, come successo in diverse città, per portare gli studenti a scontrarsi con la polizia gratuitamente o a saccheggiare una mensa universitaria aggredendo anche i lavoratori come a Milano? E tutto questo senza che gli studenti sapessero cosa stava accadendo. Se gli studenti si mettono in gioco, perché non possono mai decidere loro come si scende in piazza, con quali parole d’ordine, con che percorso, con che organizzazione, con che volantini?

Sia chiaro, l’8 è stata una bella giornata di lotta e abbiamo davanti una grande occasione. Ma proprio per questo siamo chiamati a costruire un’alternativa a una direzione che è pronta a sprecarla. Questa alternativa parte dagli studenti, che devono discutere di come combattere la Gelmini e di quale istruzione pretendono, di come combattere il governo e la finta opposizione parlamentare e di quale società pretendono, di come stanno lottando i lavoratori e di come unire i fronti. E poi si deve tradurre nella forme di lotta più efficaci, che siano decise democraticamente da chi le mette in atto. Non lo diciamo per formalismo, ma proprio perché invece che difendere piccoli interessi di bottega vogliamo lottare per vincere. Allo stesso modo non critichiamo le tanto “radicali” azioni degli autonomi di tante città perché siamo moderati, ma perché di radicale non hanno proprio niente e portano solo a indebolire le lotte. Non ci accontentiamo né di passeggiate per le vie del centro né di sentirci eroi per 20 minuti. Noi puntiamo molto più in alto.

Alessio Marconi (Coordinatore nazionale Csp-Csu)

 

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