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Non si fermeranno mai se non li fermeremo noi!

Difendiamo l’istruzione pubblica!

Nel 2008 veniva varata la legge 133, una legge che ha segnato un attacco profondo all’istruzione pubblica. A due anni di distanza questo è il panorama: migliaia di insegnanti precari e tecnici-amministrativi senza possibilità di lavorare per i tagli agli organici, classi sovraffollate in cui sarà impossibile sia insegnare che imparare qualcosa, scuole vecchie e non sicure (in 2.400 scuole c’è ancora l’amianto, un materiale di costruzione molto usato negli anni 60 e che provoca il cancro), mancano persino i presidi e a volte anche le sedie! Il percorso che ha condotto le scuole in questo stato non l’ha iniziato di certo la Gelmini, infatti sia i governi di centro-destra che quelli di centro-sinistra hanno proposto la stessa ricetta: tagli dei finanziamenti pubblici e privatizzazioni. L’ultimo capitolo di questa storia è appunto la legge 133, una vera e propria mannaia caduta indiscriminatamente su tutti i livelli dell’istruzione pubblica con l’unico criterio di far rientrare nelle casse dello Stato un totale di 7,6 miliardi tra il 2009 e il 2011, cifra che ha colpito soprattutto la spesa per il pubblico impiego, infatti la manovra prevede il taglio di circa 130.000 tra insegnanti e personale ATA in tre anni. Per quel che riguarda gli insegnanti, 42.105 sono stati tagliati l’anno scorso, 25.558 verranno eliminati quest’anno e 20.000 il prossimo. La riduzione degli organici significa che quest’anno ci saranno circa 3.700 classi in meno a fronte di 20.000 studenti in più, in compenso saranno gremite! Un decreto ministeriale del ’92 prevedeva che ci fossero al massimo 25 studenti per aula, sia per motivi didattici che per motivi di sicurezza visto che, se ci sono più studenti, in caso di incidenti l’evacuazione diventa problematica. Oggi nelle scuole italiane ci sono fino a 37 studenti per aula (picchi raggiunti in città come Roma, Pavia, Reggio Calabria). Con questi numeri è impossibile, per esempio, lavorare nei laboratori, che di rado possono ospitare più di 30 persone; i professori non possono seguire le difficoltà personali degli studenti e chi resta indietro rischia di perdersi. Per gli studenti in questa condizione i ritmi di studio diventano snervanti perché sono sottoposti a continue verifiche in tutte le materie. Di fronte a questa realtà ci sembrano davvero una presa in giro le belle parole del ministero sull’importanza di sviluppare la“ capacità di argomentare in forma scritta e orale e di saper leggere testi complessi” come obiettivo comune a tutte le discipline (Nuove indicazioni nazionali per la Riforma dell’Istruzione superiore): come può riuscire un professore a costruire un rapporto con gli studenti attraverso cui far emergere e affinare le loro capacità argomentative? Semplicemente non può!

Un altro tasto dolente è quello del tempo pieno, cioè la possibilità per le famiglie di scegliere un tempo-scuola di 30 o 40 ore per elementari e medie. Il Miur (Ministero Istruzione, Università e Ricerca) dice che ci saranno 782 classi a tempo pieno in più, grazie all’eliminazione delle ore di compresenza. Tuttavia molti genitori resteranno delusi, per esempio nel Lazio ci sono 4000 richieste di tempo pieno non soddisfatte. Le classi di cui parla il ministero sono state organizzate utilizzando le eccedenze di ore dei professori ed eliminando le ore di compresenza, ma per i prossimi anni anche questo sarà impossibile visto che il personale sarà assunto sulla base delle 27 ore settimanali e non ci saranno più “scampoli” da riutilizzare. Le famiglie che non potranno più usufruire del tempo pieno saranno costrette a ricorrere a nonni, baby-sitter e dopo scuola a pagamento, quando ne hanno la possibilità, soluzioni che comunque non hanno il valore didattico e formativo che può avere solo la scuola.

Novità importanti sono riservate anche alle superiori, dove viene introdotta una “riforma epocale” (come viene definita) che riduce la frammentazione degli indirizzi nei licei e rilancia l’istruzione tecnica e professionale, che tradotto significa: tagliare cattedre e creare un’istruzione superiore che soddisfi tutte le esigenze del padronato italiano.

La riforma vuole incentivare lo studio delle scienze e delle lingue ma soprattutto mette in primo piano la cultura tecnica e professionale per favorire il rilancio del “made in Italy” come risposta della scuola alla crisi. La scuola che vuole la Gelmini deve essere semplice da scegliere: da una parte i licei, dove ci va chi vuole continuare gli studi e andare all’università, dall’altra parte i tecnici e professionali, dove ci va chi andrà a lavorare, per questo vengono eliminati i corsi “inutili” e rafforzati quelli che servono per formare le figure professionali richieste da Confindustria. Nelle scuole tecniche e professionali stage, tirocini, alternanza scuola-lavoro saranno pane quotidiano: lavoro quasi sempre non pagato, senza il controllo delle rappresentanze sindacali e che viene usato dai padroni come arma di ricatto contro i normali lavoratori; allo stesso tempo si “insegna” ai ragazzi ad accettare un futuro precario e senza diritti.

Anche per quanto riguarda il rigore e la disciplina la Gelmini conferma il tracciato di questi ultimi anni: il nuovo provvedimento decreta che si viene bocciati se si superano i 50 giorni di assenze. Sembra proprio che il valore della scuola debba essere misurato nella sua capacità repressiva! In questi anni sono state introdotte norme decisive in questa direzione, come il voto in condotta che fa media, la non ammissione agli esami se non si hanno tutte sufficienze o l’esame di riparazione a settembre introdotto dal ministro Fioroni durante l’ultimo governo retto dal centro-sinistra. Tutte queste misure ci sono state vendute come lo strumento per riportare serietà e meritocrazia nelle aule, ma come può essere seria un’istituzione che viene considerata solo come una voce da tagliare nel bilancio dello Stato? E cosa significa, in una società divisa in classi, come è quella in cui viviamo, la parola “meritocrazia”? Significa che se vieni da una famiglia agiata, puoi scegliere le scuole migliori e avere un’istruzione di prima qualità, mentre chi proviene da una famiglia con condizioni economiche difficili spesso è costretto ad abbandonare gli studi e ad andare a ingrossare le fila della dispersione scolastica.

Inizia l’anno anche all’università e vale la pena ricordare qual’è la situazione che ci aspetta nelle facoltà: tasse d’iscrizione che ogni anno aumentano a fronte di una spesa pubblica tra le più basse d’Europa (0.8% del Prodotto Interno Lordo), corsi di studio e dipartimenti che verranno accorpati o chiusi per la mancanza di fondi e quindi interi settori della ricerca che verranno dispersi (ovviamente saranno quelli con meno finanziamenti da parte delle aziende e quindi considerati meno utili). La selezione di classe all’università è altissima, sia attraverso gli sbarramenti economici come tasse, affitti, trasporti e libri, sia attraverso sbarramenti didattici come il numero chiuso. Con il numero chiuso le università decidono arbitrariamente quanti possono entrare a seconda delle risorse di cui dispongono, a quelli che restano tagliati fuori resta la scelta fra fare un altro corso, perdere un anno nella speranza di ritentare i test o andare a lavorare. Se mancano strutture e personale, che si facciano investimenti pubblici in questo senso e si lasci a tutti la possibilità di scegliere il proprio corso di studi in piena libertà.

In questi giorni molti insegnanti precari si sono mobilitati con presidi, manifestazioni e scioperi della fame contro gli attacchi sferrati dal governo. É importante che la loro protesta non resti isolata ma che coinvolga tutti i lavoratori a partire da quelli del mondo dell’istruzione e si allarghi agli studenti. Studenti e lavoratori possono far valere tutta la loro forza, rivendicando il ritiro dei tagli e di tutte le controriforme dell’istruzione, l’assunzione a tempo indeterminato per tutti i posti che servono ad avere classi di 20 alunni e tempo pieno garantito, per una scuola e un’università pubblica, laica, gratuita, di massa e di qualità.

Gemma Giusti, Collettivo Autunno Caldo – Csu Bologna

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