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No tav; contro la repressione l’unica alternativa è vincere!

Braccato, questa è l’unica spiegazione a quanto successo ieri in Val Susa. Luca Abbà, storico dirigente del movimento No Tav che stava subendo un esproprio, uno fra i tanti di ieri, si era arrampicato su un traliccio elettrico come gesto di resistenza davanti alla polizia che stava militarmente prendendo possesso dei terreni vicini al fortino di Chiomonte.

Fortino, non cantiere, visto che ancora dopo mesi è solo una roccaforte militare con l’unico scopo di presidiare il terreno dagli attivisti del movimento. Cioè, in primo luogo, dagli abitanti della Val di Susa che lottano per le proprie vite davanti a un’opera non solo esempio eclatante di speculazione fatta coi soldi pubblici ma anche opera che costerebbe vite e salute in valle.

Il video diffuso dalla polizia conferma quanto già si diceva da una giornata: Luca non voleva salire fino ai cavi elettrici, si era fermato prima, ma i poliziotti si stavano arrampicando sotto di lui per prenderlo. E allora è salito di più, fino a rimanere folgorato e a precipitare da 15 metri di altezza su un muretto di pietre. Al momento si sa solo che le sue condizioni sono gravi.

Sui giornali si parla di incidente. No, non è stato un incidente. Poco importa quanta idiozia o premeditazione ci sia stata fra gli agenti sul luogo. Il punto è che la strategia repressiva portata avanti da anni in Val Susa da polizia e governi di ogni colore porta a questo, e cambia poco se la “tragedia” arriva un mese prima o un mese dopo: le condizioni perché avvenisse sono state create freddamente, di rete in rete, di carica in carica, a ogni mezzo blindato in più portato in valle, a ogni metro di allargamento della caserma. Prima o poi sarebbe successo, dopo le intossicazioni e i feriti degli scontri, dopo le cariche su donne e bambini, dopo gli sgomberi in cui si abbattevano con le ruspe reti su cui erano arrampicate persone che resistevano. Speriamo che non sia questa la volta in cui “ci scappa il morto”, speriamo con tutto il cuore che Luca ce la faccia, ma il fatto è che i morti non “ci scappano”, le persone vengono uccise in una ben precisa strategia di repressione.

Ci indigniamo, ci arrabbiamo, ma non ci stupiamo. Sono in ballo troppi soldi, miliardi di euro, in quella valle. È in ballo il diritto della classe dominante di poter fare ciò che vuole. È in ballo la scelta su chi decide come vanno usati i soldi pubblici (i nostri soldi): i lavoratori o le aziende? Il governo dei banchieri non può lasciare spazio ai dubbi: “siamo noi a decidere e non esiste protesta che possa cambiare le cose”. Nessun tentennamento anche per le forze, sedicenti progressiste, che sostengono Monti. Bersani afferma infatti che “il Pd farà vigilanza democratica”… contro chi si oppone al Tav, esprimendo la sua solidarietà ai dirigenti piddini di Torino oggetto di attacchi!

E allora lo Stato torna a mostrare la sua essenza: distaccamento di uomini armati a difesa della proprietà privata dei mezzi di produzione. Distaccamento, perché non sono della valle gli uomini portati fin lì: quando le proteste sono davvero di popolo, non basta una divisa a farti massacrare fratelli, amici, genitori e figli. Armati, perché fra un’accusa e l’altra alla “violenza” del movimento, in valle si sparano lacrimogeni di metallo ad altezza d’uomo, si spaccano le teste (anche nelle stazioni di Torino) e si fanno schiantare uomini da 15 metri d’altezza. Ma soprattutto in difesa della proprietà privata dei mezzi di produzione, perché i lavori per il Tav sono pezzi di un filo unico che arriva al taglio dei notturni fra Sud e Nord, ai lavoratori sulla torre della Stazione Centrale di Milano, al licenziamento di Dante de Angelis, alle migliaia e migliaia di lavoratori pendolari e studenti che non hanno un treno decente per andare al lavoro o a scuola. È la privatizzazione delle ferrovie, il loro uso per i bisogni di tutti o per il profitto di pochi.

La Val Susa dà a tutti l’esempio di cosa vuol dire resistere davvero, ma questa battaglia non si vincerà solo là. Le radici di quella punta repressiva stanno in tutti i posti di lavoro e di studio, ovunque si licenzia e si reprimono i diritti sindacali, per esempio cacciando la Fiom fuori dalla Fiat, si danno i 5 in condotta a chi occupa e si tolgono le assemblee di istituto. Queste radici vanno stroncate, e per farlo serve una resistenza capillare e organizzata. Per questo, ancora una volta, la Val di Susa chiama in causa innanzitutto le organizzazioni politiche di sinistra e sindacali: giusto uno sciopero di solidarietà a fronte di quanto è successo (che tuttavia è stato convocato solo da alcuni sindacati di base), ma perché non sia solo testimoniale bisogna cominciare a colpire davvero per cambiare i rapporti di forza nella società. Le decine di migliaia di persone al corteo del 25 febbraio dicono che la disponibilità c’è.

 Non ci è concesso perdere in modo incruento, l’unica alternativa è vincere.

Alessio Marconi , Coordinatore Csp-Csu (ora Sempre in lotta)

 

 

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