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Non pagare il debito: rompere con il capitalismo!

“Il debito pubblico è cresciuto così tanto per colpa delle politiche sconsiderate dei governi precedenti, cioè di chi ha speso troppi soldi per lo Stato sociale, pur non avendo le risorse per farlo!” Quella che avete appena letto è un’affermazione molto diffusa. Peccato che sia falsa.

QUESTO DEBITO NON CI APPARTIENE

Il debito pubblico altro non è che il risultato della continua copertura da parte dello Stato delle perdite del capitale privato, attra-verso soldi pubblici (i nostri soldi, provenienti dalle tasse e teoricamente destinati ai servizi). La crisi del capitalismo, cominciata nel 2007 e non ancora esauritasi, ha fatto fallire imprese e portato sull’orlo della bancarotta colossi finanziari di rilevanza mondiale. Per arginare ciò, negli USA e in UE, molti governi hanno dirottato ingenti somme di denaro pubblico nei fondi di banche e imprese, trasformato il debito da privato in pubblico. Alla faccia di chi diceva che il “libero mercato” avrebbe portato benessere per tutti! Ma come fa uno Stato a trovare i soldi per salvare le banche? Ecco il paradosso: li chiede in prestito ad altre banche! Così si indebita, e dovrà restituire loro il prestito con gli interessi. E chi decide di quanto sono gli interessi? Il mercato e le banche stesse (attraverso le agenzie di Rating). Questo meccanismo serve solo a difendere i profitti dei capitalisti: da un lato i banchieri ci guadagnano ad essere creditori degli Stati, dall’altro gli imprenditori traggono molto vantaggio dalle politiche di austerità (cioè, i nostri sacrifici) che i governi devono attuare per trovare i soldi necessari. Questo scenario spiega in che direzione vanno le politiche dei governi sotto il controllo di quella che viene definita la Trojka (Banca Centrale Europea, Unione Europea e Fondo Monetario Intenzionale), in Grecia come nel resto d’Europa. Quindi a pagare i costi della crisi non sono i veri responsabili, ma i lavoratori e i giovani attraverso la riduzione dei principali servizi sociali (privatizzazione dell’istru-zione pubblica, dei trasporti, della sanità), la cancellazione dei diritti nei luoghi di lavoro, l’abbassamento dei salari, i licenziamenti di massa, la precarietà e la disoccupazione.

Insomma, il pagamento del debito pubblico è la ragione che ci viene presentata per continuare a fare la stessa cosa: più risorse ai ricchi, padroni e banchieri, più sacrifici a lavoratori, giovani e pensionati. Per questo, se vogliamo difendere i nostri diritti e avere delle condizioni di vita dignitose, non possiamo più ammettere compromessi: il debito non va pagato.

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NON PAGARE IL DEBITO: COSA VUOL DIRE DAVVERO?

La parola d’ordine del non pagamento del debito si sta diffondendo a sinistra fra attivisti e organizzazioni politiche, sindacali e studentesche. La manifestazione del 31 marzo promossa dal Comitato No debito a Milano è un momento di raccolta fra queste forze e crediamo che sia importante proprio per porta-re all’ordine del giorno il problema del debito pubblico. Serve però chiarezza su cosa vuol dire realmente lo slogan “Noi il debito non lo paghiamo”. Vi sono infatti differenti interpretazioni sia sull’origine del debito, sia sulla praticabilità dell’idea di non pagarlo. Una posizione molto diffusa è quella del “diritto all’insolvenza”. L’essenza di questa posizione è la seguente: esisterebbero, nel debito pubblico, una parte “legittima” e una “illegittima”. La prima sarebbe quella formatasi in modo “normale”, la seconda sarebbe causata dalle speculazioni finanziarie. Si dovrebbe quindi far un Audit (una verifica di dati economici sul debito) per stabilire a quanto ammontano queste due parti, per per poi pagare solo la parte legittima, mentre non andrebbe ripagata quella illegittima. Questa posizione si affianca in certi casi a quella di una riforma della BCE che dovrebbe, per volontà politica dell’UE, cominciare a stampare moneta per coprire i debiti degli Stati membri.

C’è poi chi rivendica il diritto all’insolvenza individuale: cioè, banalmente, in situazione di difficoltà economica personale, rifiutarsi di pagare l’affitto, o il conto del supermercato, o le bollette.

Queste posizioni, che hanno il pregio appunto di mettere in discussione il “dogma” del pagamento del debito, ci pare abbiano però diversi punti di debolezza: se non paghi l’affitto e il padrone di casa chiama la polizia, che fai? Siamo sicuri che gli stessi poteri politici ed economici che stanno obbligando a enormi sacrifici in nome del pagamento del debito siano disposti a riformarsi così tranquillamente? Chi decide cosa sia “legittimo” o no pagare? E ancora una volta, gli stessi che mandano la polizia a reprimere i cortei saranno propensi a dichiararsi dei “creditori illegittimi”? Pensiamo che per difenderci realmente, dobbiamo capire qual è la situazione reale, e che mezzi concreti si possono mettere in campo.

Le questioni centrali sono secondo noi due: la natura del sistema economico capitalista e le forze in campo. Proviamo ad affrontarle sinteticamente ma toccando i nodi politici.

IL PROBLEMA E´ IL CAPITALISMO

L’attuale sistema economico si basa sull’accu mulazione di capitale da parte di una minoranza della società (che possiede le banche e le grandi aziende). Come fanno queste per sone ad aumentare il proprio capitale? Semplicemente sfruttando i lavoratori. Al di là di cosa si intenda moralmente per “sfruttamento”, materialmente il lavoratore viene pagato meno del valore che aggiunge alla merce che lavora. Per dimostrarlo, basta fare una prova al contrario: se fosse pagato per tutto il lavoro che fa, e il valore che aggiunge, il padrone dell’azienda non guadagnerebbe niente e fallirebbe. Tutti i profitti, “produttivi” o “finanziari”, nascono qui.

Altro punto: le banche dettano legge sull’e conomia. Molti dicono che è un’anomalia da curare. In realtà è una situazione normale del capitalismo: chi gestisce i capitali prende le decisioni.

Non diciamo che sia giusto, diciamo solo che nel capitalismo non può essere che così. Terza questione: questa crisi, dove ci si è improvvisamente resi conto del folle gioco finanziario, nasce però dalla produzione, o meglio dalla sovrapproduzione. I lavoratori sono pagati troppo poco (ma non possono essere pagati di più dal punto di vista delle aziende), non possono comprare, quindi le aziende non vendono e falliscono, quindi i lavoratori sono pagati ancora meno e così via. Da qui si genera anche l’esplosione del settore finanziario una volta che ci si rende conto che i debiti non possono più essere ripagati, dalle persone come dagli Stati.

Quali sono le conseguenze di tutto ciò? In primo luogo, non si può parlare di una regolamentazione finanziaria che raddrizzi la situazione, perché il problema sta nell’economia reale. In secondo luogo, non ha neanche senso ipotizzare un sistema capitalista non dominato dal potere finanziario. In terzo luogo, l’essenza di questo sistema si basa sempre e comunque sullo sfruttamento del lavoro.

Crediamo quindi che da una parte sia astratto parlare di parti “legittime” e “illegittime” del debito, e che dall’altra parte sia utopico voler curare un sistema che ha strutturalmente queste caratteristiche. La nostra rivendicazione deve essere quella del totale non pagamento del debito, eccetto forme di risarcimento per i piccoli risparmiatori. Sia chiaro però che non pagare il debito vuol dire rompere con il capitalismo internazionale, e quindi non poter contare più su quei prestiti. Per questo, per non soccombere, il non pagamento del debito si deve sposare con la nazionalizzazione delle banche e delle principali aziende, dei trasporti e dei servizi, che sono da porre sotto il controllo diretto dei lavoratori e della popolazione.

LE FORZE IN CAMPO

L’astrattezza di proporre il pagamento solo di una parte “legittima” del debito aumenta se consideriamo che questa proposta si dovrebbe basare su una contrattazione con gli istituti creditori e con le istituzioni internazionali. Gli stessi, cioè, che stanno affamando coscientemente interi popoli proprio chiedendo il pagamento del debito con interessi sempre più alti. Non si tratta di chiedere concessioni, ma di imporre decisioni diverse. Ma chi le può imporre? Non certo i governi che vediamo oggi: che siano di centrodestra, centrosinistra o “tecnici”, portano avanti sempre la stessa politica, dettata direttamente dalla Bce.

Lo vediamo in Grecia come in Italia: se c’è da difendere i privilegi e da schiacciare le lotte, sono pronti a schierare governi, parlamenti, giornali, polizia ed esercito.

Per fermare il massacro sociale l’unica strada che abbiamo è togliere il potere a chi lo porta avanti. Così le due questioni si toccano, perché togliere il potere alla classe dominante vuol dire, ancora una volta, nazionalizzare sotto il controllo dei lavoratori e della popolazione i settori strategici dell’economia e dei servizi, sconfiggere l’apparato repressivo e dare vita a una forma di democrazia partecipativa e dal basso, volta non a garantire i profitti di pochi ma a soddisfare i bisogni dei tanti.

Può sembrare un compito enorme, ma in fondo è l’unica via realistica per non limitarci a “sperare” in migliori condizioni che non ci verranno date da chi comanda questo sistema. La forza necessaria è quella di un grande movimento di massa, che vediamo oggi in Grecia e che vedremo domani in Italia. Il punto è avere le idee chiare e organizzarci insieme, unico modo per poter vincere: non abbiamo truppe scelte o miliardi di euro, ma abbiamo la forza più grande, quella dei lavoratori e giovani che mandano avanti quotidianamente tutto ciò che abbiamo intorno. Si tratta di prenderlo in mano.

ORGANIZZATI E LOTTA CON NOI:

-Rifiuto di pagare il debito pubblico alle banche e agli speculatori, nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori della banche, dei principali gruppi economici e dei servizi privatizzati.

-Veri diritti per tutti. Investimenti nell’istruzione e nella sanità pubblica, da gestire con organismi di democrazia partecipativa.

-Respingere gli attacchi ai lavoratori. No a sfruttamento, disoccupazione e precariato. Distribuzione del lavoro necessario a tutti i lavoratori disponibili con riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

-No alla repressione delle lotte, dalla Fiat alle scuole alla Valsusa. Piena agibilità politica e autodifesa delle lotte.

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