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Attentato a Brindisi: a chi giova?

Il 19 maggio scoppiano tre bombole del gas davanti alla scuola Morvillo-Falcone di Brindisi: muore una ragazza di sedici anni e restano feriti altri studenti.

Durante le ore successive si susseguono diverse ipotesi su quale possa essere la matrice dell’attentato: si parla della Sacra Corona Unita, la criminalità organizzata pugliese, di un attentato con matrice politica, del gesto di un folle o di un ritorno della strategia della tensione.

Forse a un certo punto verrà fuori chi è stato, anche se la storia italiana ci ha abituati a non trovare colpevoli, quando non trovarli fa comodo. E la domanda più importante è per noi proprio questa: a chi fanno comodo quelle bombe?

Dal minuto dopo l’attentato si sono rincorsi gli appelli alla legalità, alle forze di polizia, alla presenza dello Stato (cioè del suo apparato repressivo), all’unità nazionale. Il “pericolo stragista” (Napolitano, 23 maggio) ha poi lasciato spazio alla “minaccia anarco-insurrezionalista, […] il vero terrorismo che può offendere il Paese” (Manganelli, capo della polizia, 25 maggio). Il cerchio si chiude simbolicamente il 28 maggio a Brescia, nel 38° anniversario dell’attentato di Piazza della Loggia, che fu opera di neofascisti e apparato statale, ma senza colpevoli per la magistratura, dove la polizia (lo Stato di cui si richiama la presenza dopo Brindisi) manganella abbondantemente i manifestanti.

In piazza a Brescia, o nelle 27 denunce arrivate a Crema contro chi aveva contestato la Lega, si materializza con chiarezza cos’è l’unità di cui parla tutto l’arco parlamentare: l’unità dello status quo, del potere costituito. Un potere che oggi sente il rischio della tensione sociale che si accumula e che rischia di esplodere, e usa ogni occasione per aumentare la paura, invitare alla passività e aumentare la repressione, tutto al fine di contrastare lo sviluppo del conflitto di classe. Fu proprio questa l’essenza della strategia della tensione, all’interno della quale peraltro anche la mafia trovò un proprio ruolo in un altro momento di transizione della storia italiana, fra il ’91 e il ’93.

Combattere le stragi e impedire che muoiano innocenti per noi passa proprio dal rovesciare quel potere costituito. Togliere le basi materiali alla mafia, abbattere un apparato statale che ci reprime nella quotidiana difesa dei nostri diritti e che non esita a colpire nel mucchio quando si sente in difficoltà, eliminare le forze fasciste che tante volte nella storia italiana sono state le esecutrici di queste esecuzioni, abolire uno sfruttamento che crea folli ad hoc per episodi come quello di Brindisi. Poter andare a scuola senza paura di quel che ti può succedere passa da questo e non da leggi repressive, squadre di polizia o qualche telecamera in più.

Per questo è importante la risposta immediata alle bombe: in centinaia di piazza ci sono state manifestazioni e presìdi. Migliaia di persone in tutto il paese si sono mosse per portare la propria solidarietà alle vittime. Una settimana dopo alcune migliaia di persone, soprattutto studenti, sfilava di nuovo per le strade di Brindisi. Sono piccoli esempi di quella forza che può davvero reagire e impedire che attentati come quello della Morvillo-Falcone si ripetano in futuro.Non siamo però per l’idea che “più gente c’è, chiunque sia, meglio è”. Serve avere le idee chiare su chi a parole si spende in dichiarazioni di solidarietà ma nei fatti, chiamando all’unità, preserva proprio quel potere che si alimenta anche di queste bombe. Delle belle parole della Chiesa e delle istituzioni ce ne facciamo poco, e per questo stiamo con chi a Brindisi li ha contestati e mettiamo in guardia chi si lascia affascinare dalla retorica dell’unità. Se un’unità va trovata, è un’unità di classe, di una parte, la nostra parte, contro chi difende un sistema di sfruttamento senza scrupoli, che dovremo spazzare via una volta per tutte.

 

 

 

 

 

 

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